Cinema, Film
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LACCI di Daniele Luchetti. Recensione di Vincenza Quattrocchi

Note sul film Lacci presentato alla Manifattura Tabacchi il
16 luglio 2021 in occasione della rassegna BUIO IN SALA, frutto della collaborazione tra
la Fondazione Stensen e il Centro Psicoanalitico di Firenze.

Non siamo nell’atmosfera di “Storia di un matrimonio,” ma neanche in quella di “La guerra
dei Roses”. Se nel primo l’amore espresso, nel tentativo di proteggere il figlio, è salvo, sia
pure nella separazione, nel secondo separarsi vuol dire distruggere insieme le cose amate
e costruite in coppia, fino a morire e paradossalmente, condividere la sorte fatale.
Il film Lacci, tratto dal romanzo omonimo di Domenico Starnone, con tre voci narranti
Vanda, Aldo, Anna, è fedele e armonico rispetto al libro come può esserlo un film, con
immagini che dicono più degli asciutti dialoghi. In questo caso, la lettura del testo
completa la visione e non la confonde e, questo mio breve commento, risente sia della
visione del film, che della lettura del libro.
Le scene proposte dal regista tratteggiano con suggestione gli aspetti essenziali del
testo. Sappiamo che c’è stata una stretta collaborazione tra il regista e lo scrittore.
Il racconto descrive un interno in cui si osserva un tentativo di saldare qualcosa frutto di
caos e disorganizzazione affettiva. Un’impresa infruttuosa che lega col dolore l’esistenza
dei protagonisti. Le scene conclusive pantoclastiche, assumono nello stesso tempo una
funzione catartica, rivelano il sistema distonico di questa famiglia, un danno per genitori e
figli. La crisi di una coppia, senza infingimenti, è la crisi di una famiglia intera. Siamo negli
anni 80, la nuova legge che consente il divorzio, è ancora giovane e da digerire.
S’inserisce in questo confine tra il vecchio e il nuovo, il fatto che Vanda sia
profondamente offesa e a disagio anche per aspetti legati all’immagine sociale, la perdita
di un ruolo, ma vedremo in seguito l’approfondimento psicologico di questa ferita.
Alla ricerca sbrigativa della propria autonomia, i due protagonisti, si sposano da giovani
forse anche per affrancarsi dalle rispettive famiglie come frequentemente avveniva in
quegli anni. Affrancarsi dalla famiglia d’origine, non vuol dire non portarsela dentro.
In quel periodo sociale e politico, tutte le istituzioni e per prima la famiglia, sono messe in
discussione e attaccate nelle loro fondamenta. David Cooper scrive il suo saggio (1971)
LA MORTE DELLA FAMIGLIA, dove anche le altre istituzioni sono considerate la sua
alienazione. In quegli anni, si sviluppano le conoscenze psicologiche in ambito sistemico/
relazionale, gli strumenti terapeutici per conoscere e curare le distorsioni delle relazioni
interpersonali e familiari (la scuola di Palo Alto). Si approfondiscono in ambito
psicoanalitico le osservazioni e le conoscenze degli aspetti psicologici della prima
infanzia e delle relazioni primarie. Un patrimonio scientifico e clinico che è diventato la
base fondante per ogni percorso formativo in ambito psicoanalitico e psicoterapeutico.
Se Aldo lavora a Roma, Vanda, insegnante precaria, vive con i figli a Napoli.
Aldo incontra Lidia, ne parla con Vanda che vive una dura esperienza, qualcosa si
frantuma dentro di lei. Il tradimento? La delusione? Meglio non banalizzare. Come
vedremo gli intrecci, sono più complicati. Non posso che ripetere la frase spesso citata
nelle “nostre” pagine, che scrive Lev Tolstoj in Anna Karenina: ”Tutte le famiglie infelici si
somigliano, ogni famiglia infelice è invece infelice a modo suo”.
Sia i silenzi, che le parole, ci mostrano la passività di Aldo e la tendenza di Vanda a
interpretare un ruolo dominante, è maestra in aula e, sempre maestra, nella vita.
Aldo è un Intellettuale? Un giornalista radiofonico senz’altro… vedremo che i figli Anna e
Sandro nella parte finale del film lo attaccano anche sugli aspetti professionali. Non ha
fiducia in se stesso e nelle scene finali durante la devastazione dell’appartamento, la sua

figura è derisa, sminuita dai figli, uniti da una spietata complicità che prevale, sulla
reciproca, gelosa rivalità.
La parola “lacci”, a volte nel film è simbolica e a volte è concreta e ad esempio durante
uno sporadico incontro padre-figli, Anna osservando le scarpe del fratello, rivendica, il
fatto che Sandro abbia imparato dal padre a legarsi le scarpe in maniera insolita, ma il
padre, sempre schivo, sembra voler svalutare anche questa funzione: “No, ha imparato
da solo”. Questo scarso senso di se, sembra filtrare il contatto affettivo con gli altri ed è
come se non conoscesse la grammatica dei sentimenti (Tilmann Moser).
Questo avviene solo con Lidia, grazie ed esclusivamente alle caratteristiche di
quest’ultima, vitale e autentica.
La confessione avviene durante una serata preceduta da una festa di Carnevale con balli
dove si ride poco e seguita dalla visione in tv a casa di un documentario sulla copresenza
della fedeltà e della poligamia nel mondo dei leoni. Aldo racconta d’aver conosciuto Lidia
ed è come se queste recenti sollecitazioni lo avessero portato a parlare.
Vanda non vuole sapere (“perché me lo hai detto?”). Lo spinge, impulsivamente, fuori
dalla loro casa, e da quella sera, organizza una strategia tanto sistematica, quanto spesso
inconsapevole, per riportarlo a casa con azioni delle quali le sfugge ogni significato e che
spesso si configurano, piuttosto come agiti.
“E’ successo” e la storia non appare banale. Demonizzare Lidia non è facile, bella e in
mente sana, ma soprattutto viva! E’ apprezzata da Aldo, dai figli e tacitamente persino da
Vanda. Apprezzano questa giovane donna aperta e libera che non lega e che non è stata
legata. Anna la promuove dentro di se come modello, il campo edipico è cambiato ma
nasconde alla madre con un pietoso gesto, il piccolo gioiello regalato dal padre e scelto
da Lidia.
In Aldo c’è, a un certo punto il desiderio di riavvicinarsi ai figli, Lidia se ne accorge e
propone una sorta di compromesso che gli lascia la possibilità sia di occuparsi di loro,
che di stare ancora con lei. Per Aldo la proposta diventa più che una soluzione inclusiva,
una possibilità per uscire, affrancandosi da Lidia. Sente in qualche modo precario, quasi
esaurito questo rapporto percependo la propria inadeguatezza rispetto a una personalità
così ricca. Stare con Lidia soprattutto lo allontana troppo da come davvero è, per
rimettersi nei lacci di Vanda umilianti e contenitivi nello stesso tempo.
Il desiderio di rapporti improntati alla gioia e alla libertà, che aveva fatto emergere la
relazione con Lidia, col passare del tempo, anima sentimenti di colpa e non solo verso la
famiglia abbandonata Come se fosse indotto a identificarsi con la propria madre, vittima
di un uomo prepotente. Doveva essere distante dal padre ed essere come la madre,
essere al suo posto, nel tentativo di riparare, di risarcire. Sono forse soprattutto questi i
lacci profondi ai quali ci riferiamo. Un mondo interiore che urge e che condiziona i nostri
comportamenti.
Tornare in una situazione costretta e controllata paradossalmente lo rassicura e nel far
ritorno in famiglia per i figli, toglie a questi la possibilità di affrancarsi dalle pressioni
materne, come dice Anna da adulta durante la devastazione del museo domestico:
“Avrebbe dovuto lasciarci del tutto”.
Si ripeteranno le scene simili a quella in cui, mentre Aldo trascorre il tempo
affettuosamente con i bambini (la scena del bagno), regalando parti di se, Vanda
irromperà riposizionandosi come quella che detta le regole anche nei rapporti tra padre e
figli. Nel ritrovare Aldo in casa i ragazzi, si accingono a subire la presenza inerme di un
padre che non saprà mai frapporsi tra loro e la madre, per salvarli dall’ossessivo controllo
su tutto. Per lui è difficile esercitare quel ruolo paterno garante che favorisce una sana
distanza tra madre e figli.

Quando vediamo Anna ormai quarantenne, che durante l’adolescenza aveva mostrato un
disturbo alimentare, troviamo una persona che si sente sempre trascurata, non ascoltata,
ha una vita che non la soddisfa, rifiuta ogni pensiero di una possibile maternità e passa
da una relazione all’altra.
E’ risentita con tutti, padre, madre, fratello, l’unico avvertito dopo il presunto furto. E’ lei
che provoca l’incipit alla distruzione dell’appartamento, dal quale si allontana portando
con se La bes ,il gatto amato della madre, dall’ambiguo nome. Lo porta via e con questo
gesto, le spezza il cuore apparentemente, ma non sempre è solo come appare, forse
vuole essere vicina alla parte più affettiva della madre, vuole essere lei stessa nella pelle
di La bes. Il gatto sembra configurarsi come un oggetto transazionale vivente e tardivo.
Anna riflette e pensa che gli unici lacci che hanno legato i suoi genitori siano quelli per
torturarsi a vita reciprocamente.
Sandro appare meno infelice della sorella che ne ha intese di più, ha mogli e figli in giro
per l’Europa e sembra appagato dalla sua famiglia diffusa.
Quest’appagamento lascia perplessi se si considera l’accanimento che mostra nella
distruzione dei feticci di casa.
“Per restare insieme, bisogna parlare poco”, dice Aldo dopo l’attacco alla loro curatissima
dimora, testimone della storia della famiglia. Forse non è del tutto consapevole, ma
questo sembra essere stato il prezzo per restare insieme, sia pure nel clima di una
permanente asimmetria.
I bambini sono presenti, e spesso come Anna e Sandro testimoni impauriti e impotenti
delle azioni feroci e istintive degli adulti, sottoposti a esperienze traumatiche. Si pensi
all’interruzione da parte di Vanda, mentre i bambini ascoltano la rubrica radiofonica del
padre nel corso della quale, parole convenute sarebbero state un messaggio tutto per
loro, si pensi all’assalto con i figli alla RAI, sede del lavoro di Aldo.
Ci lascia senza parole la scena di aggressione per strada da parte di Vanda verso Aldo e
Lidia, è senza audio, non sentiamo il linguaggio esagitato cosi come non c’è la possibilità
di sentirlo per i due bambini, spettatori senza via d’uscita, rimasti in macchina. Destruente
per loro è il tentato suicidio, sia pur protetto, della madre “non sono più mia, sono morta
comunque.” Era appena successo che il tribunale aveva tolto l’affidamento ad Aldo e che
quest’ultimo, non avrebbe fatto il tanto atteso e sperato (da Vanda), ricorso. Avrebbe
voluto che sentisse la minaccia di perdere i figli, ma la risposta si rivolge contro di lei,
questo è un grave attacco alla sua strategia.
Bambini, usati, ora come scudo, ora come lancia.
E’ predatoria, la scena del bagno (figli e Aldo) interrotta da Vanda, incurante del
momento affettivo importante, ci dice quanto il bisogno di controllo, si sostituisce
all’amore e persino, all’istintiva tenerezza.
Vanda ha un rapporto con il mondo sempre in gara / lotta, non può perdere e l’essere
sostituita da un’altra donna, è uno smacco intollerabile. “Io sono tua moglie.”
Tutto questo la allontana da un sentire autentico, non si tratta di perdere l’amore,
piuttosto d’essere sconfitta in una sorta di sfida. Vanda è sempre in gara, anche e
soprattutto con Aldo, avversario inerme.
La demolizione degli oggetti accumulati, nel loro museo domestico, diventa una
deflagrazione interiore per tutti. La distruzione di una costruzione malsana e di quei lacci,
legami che sottendono l’infelicità di quattro persone legate da un amore malsano.
Doloroso il momento in cui Vanda osserva il tempio sacro distrutto: “Io non mi piaccio,
non mi piaci tu, non mi piacciono neppure i miei figli.” Un momento di atroce
consapevolezza, sente ciò che non avrebbe mai voluto sentire, la sconfitta della sua vita.

Crolla il museo domestico con gli anni costruito ma la sua distruzione, se pure genera un
vuoto in ognuno, fa riemergere verità sommerse, la scatola con le foto di Aldo e Lidia e un
vocabolario aperto che invita a considerare un altro modo di intendere il nome del gatto:
la bes…la bestia, labes , disgrazia, rovina, in latino ed e così che la distruzione del
costruito e accumulato disarma e mette in contatto con le proprie e le altrui nudità. E’ un
demolire che svela le stanze segrete e la vita autentica di ciascuno, una Pompei riemersa.
Aldo alza la voce e si denuda:
“Non mi sono arrabbiato mai, mi manca l’energia, ormai non lo farò più, ma una persona
che non si arrabbia è come se non vivesse.”
Qui si tratta di aprire il vaso di Pandora, frantumandone il coperchio. Si tratta di toccare le
conseguenze dell’amore misto al rancore e della difficoltà dei quattro protagonisti a
riuscire a immedesimarsi almeno un po’, l’uno nell’altro.
Forse la vita avrebbe avuto un altro corso se Aldo e Vanda avessero potuto accedere a
percorsi di cura e di conoscenza, messi in contatto dunque con parti sconosciute di se
come l’intreccio di lacci del passato che ostacolano il presente. Non è facile ma
sappiamo che spesso conoscersi può servire a cambiare, per lasciarsi o per stare
insieme.
Vincenza Quattrocchi

Domenico Starnone Lacci ed: G. Einaudi 2014
Lev Tolstoj – Anna Karenina
David Cooper-La morte della famiglia ed: Einaudi1973
Tilmann Moser- La grammatica dei sentimenti- ed: Minima Raffaello Cortina 1991

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