Archivio relazioni
Lascia un commento

Carpi Lapi S. (2013). Genitori adottivi e figli adolescenti. Intervento nella Tavola Rotonda del Seminario “Diventare genitori e aver bisogno di aiuto”

Relazione presentata nella Tavola Rotonda del Seminario AFPP CSMH – AMHPPIA SIPP SPI “Diventare genitori e aver bisogno di aiuto”

 

7 Dicembre 2013

ore 8.30 – Istituto Stensen, Viale Don Minzoni, 25/a – Firenze

 

Intervento pubblicato per gentile concessione dell’Autrice

 

“Durante l’adolescenza, i figli adottivi non sono come tutti gli altri, per quanto si faccia finta che invece lo siano”: questa affermazione di Winnicott (1) può sembrare categorica (soprattutto se riferita fuori dal contesto) ma svela in realtà un aspetto importante delle problematiche adottive, costruire una relazione genitori-figli che ha il suo punto d’origine nella diversità, nell’incontro fra vite precedentemente lontane. Tutto il “lavoro” che i genitori e il bambino portano avanti, fin dal primo momento che si incontrano, e naturalmente con livelli di consapevolezza diversi, mira a colmare questa distanza, attraverso i gesti quotidiani che avvicinano, lo stratificarsi di ricordi e vissuti condivisi, la conoscenza reciproca e il reciproco attaccamento affettivo. Rimane tuttavia il punto di partenza, che marca una differenza: per il bambino rappresenta il trauma precoce della separazione dalla famiglia d’origine, per i genitori rimanda al lutto per una genitorialità biologica impossibile e alle fantasie e alle aspettative incerte sull’ignoto.

Nell’adolescenza si riattivano i traumi e i conflitti irrisolti, e tutto ciò che non è stato elaborato nel corso degli anni emerge con forza, assumendo talvolta una portata destabilizzante: l’adolescente adottato e i suoi genitori si trovano di fronte al compito specifico di rielaborare e rimaneggiare il problema dell’origine e dunque di un’identità più difficile da costruire.

La ricerca dell’autonomia e il bisogno di dipendenza convivono in modo talora lacerante nell’adolescente, e si esprimono nell’instabilità emotiva, accompagnata da espressioni spesso amplificate (di rabbia, tristezza, disgusto, ma anche di gioia, piacere, sorpresa) e nell’imprevedibilità delle reazioni che conoscono bene coloro che, per vari motivi, entrano in contatto con i ragazzi. Una delle caratteristiche dell’adolescente è infatti quella di coinvolgere costantemente l’ambiente nei suoi conflitti interni, in un continuo sovrapporsi di mondo interno e mondo esterno, sollecitando, attraverso le sue proiezioni, la reazione di coloro che gli vivono accanto: è questo lo spazio psichico allargato di cui parla Jeammet (2), uno spazio in cui il “vissuto” predomina sul “pensato” e l’agito è all’ordine del giorno.

L’agito coinvolge necessariamente il corpo, un corpo che diventa sessuato, sede di cambiamenti non sempre immediatamente accettabili, fonte di sensazioni nuove e inquietanti e di bisogni che non possono più essere soddisfatti all’interno delle antiche relazioni.

Lo sviluppo sessuale, un dato biologico incontrovertibile, che rimanda innanzitutto alla concretezza della corporeità, è al centro delle problematiche adolescenziali: nella relazione adottiva, rimanda in particolare al punto d’origine, alla differenza biologica a partire dalla quale genitori e figli hanno costruito la loro storia e la loro relazione. E’ come se durante tutta l’infanzia fosse più facile tenere in sospeso il pensiero della distanza, la macchia cieca di un’origine di cui sia gli uni che gli altri sanno ben poco (o preferiscono non sapere): il corpo sessuato che si pone con forza al centro della scena concretizza questo pensiero, sottolinea le differenze e rende ineludibili interrogativi che possono diventare molto inquietanti.

Sto parlando proprio degli aspetti fisici del mutamento, immediatamente percepibili, che assumono rapidamente un significato psichico profondo. Il turbamento che i cambiamenti portano con sé, il rimaneggiamento della propria immagine da parte dell’adolescente e dell’immagine del figlio da parte dei genitori, richiede un lavoro di elaborazione non sempre tranquillo anche nelle famiglie basate su legami biologici. Nel caso di famiglie adottive la situazione si carica di interrogativi peculiari, che possono suscitare sentimenti profondi di angoscia e senso di smarrimento.

L’adolescente adottato può vivere i cambiamenti del proprio corpo, che preludono ad un’immagine corporea adulta, come elementi che marcano la differenza dai genitori e anche da altri adulti della famiglia allargata e che, nella loro innegabile evidenza, mettono profondamente in discussione il suo senso di appartenenza. Anche sui genitori, d’altra parte, l’emergere e il delinearsi nel ragazzo o nella ragazza di caratteristiche fisiche nelle quali non possono riconoscersi con immediatezza può avere un impatto destabilizzante e accentuare la sensazione di estraneità che anche i genitori biologici si trovano a sperimentare nella relazione con i figli adolescenti.

Genitori e figli si trovano ancora una volta di fronte all’ignoto, come se l’incontro che sta all’origine della loro storia condivisa chiedesse di essere ri-sperimentato, ri-vissuto, ri-elaborato, sia pure, questa volta, sul terreno della conoscenza reciproca e sostenuti da un legame affettivo che ha avuto modo di stabilirsi e di crescere. Nell’adolescenza, tuttavia, anche i legami affettivi sembrano a momenti poter andare in frantumi, quando il gioco reciproco di identificazioni e di idealizzazioni non funziona più, lo sguardo del figlio mette a nudo i difetti e le mancanze dei genitori, e al posto dell’apprezzamento e della fiducia compaiono spesso disprezzo, ostilità, rifiuto.

Essere genitori, nell’adozione, è dato solo ed esclusivamente dai reciproci sentimenti di affetto, di conferma, di fiducia, da un legame che riesca ad andare oltre il punto cieco dell’origine, che scavalchi il vuoto di ciò che non c’è stato all’inizio: tuttavia per poter scavalcare questo vuoto è necessario innanzitutto tollerarlo, così come è necessario poter riconoscere e tollerare il dolore del bambino.

Le famiglie adottive sono diverse fra loro almeno quanto lo sono le famiglie biologiche, non perché siano necessariamente le famiglie infelici di cui parla Tolstoj (3), ma perché, credo, le coppie hanno livelli di capacità molto differenziati nel poter riconoscere e tollerare la sofferenza psichica, ed è su quello che si costruisce la possibilità di un legame affettivo col bambino che viene adottato, un legame che sia capace di resistere alle tempeste dell’adolescenza, quando il reciproco riconoscimento (“noi siamo i tuoi genitori”, “io sono vostro figlio”) viene messo in crisi e deve essere ricostruito su un diverso livello relazionale.

Può succedere che il bisogno di evitare la propria sofferenza e la difficoltà di elaborare il lutto porti i genitori adottivi ad eludere il buco nero dell’origine e a non riconoscere il dolore del bambino: la relazione si costruisce dunque a partire da quella che potremmo chiamare una tacita intesa collusiva, i cui confini escludono il riconoscimento della differenza e la libera circolazione di interrogativi e di dubbi.

Gli autori che si sono occupati a vario titolo delle problematiche adottive concordano ormai da tempo sulla necessità che il bambino sappia di essere stato adottato, e questo oggi è ciò che regolarmente accade, almeno formalmente; tuttavia il fatto che il bambino lo sappia non garantisce la possibilità che possa lui stesso parlarne o porre domande, che riesca a condividere con i genitori il dolore del trauma e la curiosità sulle proprie origini, che si senta libero di condividere fantasie e ricostruzioni immaginarie. Queste difficoltà riguardano infatti non solo bambini adottati molto piccoli, con i quali è più facile che si crei l’illusione che non ci sia un “prima”, ma anche situazioni in cui l’adozione avviene quando il bambino è già capace di rendersi pienamente conto di ciò che accade, e sicuramente possiede già un patrimonio di memorie e di ricordi più o meno definiti ed elaborati. Anche se è sempre possibile, successivamente, aprire spazi di riconoscimento e condivisione, il primo incontro e il successivo periodo di contatto può essere significativo del modo in cui i genitori si avvicinano al mondo del bambino e alla sua vita precedente.

Colpiscono, ad esempio, le narrazioni che le coppie fanno del primo incontro, per alcuni un momento emotivamente molto intenso, che si è inciso nella memoria individuale e in quella della coppia, per altri un ricordo abbastanza confuso e sfuggente, dominato forse dall’ansia di affrontare una situazione sconosciuta, per altri ancora un evento che non sembra aver lasciato una particolare traccia emotiva, come una tappa da dover superare per poter tornare ad una nuova quotidianità. Alcuni ricordano molti aspetti dell’ambiente in cui hanno incontrato il bambino, colori, odori, paesaggi (oggi spesso l’adozione internazionale porta i genitori in luoghi molto lontani e diversi da quello in cui vivono), altri non sembrano aver osservato niente di particolare, per altri i ricordi riguardano soprattutto aspetti sgradevoli, inquietanti, da cui desiderano allontanarsi, insieme al bambino, prima possibile.

Modalità diverse di entrare in contatto, che preludono in genere alla costruzione di un legame che coinvolge parti più o meno ampie e profonde del mondo interno di ciascun attore, sembrano in molti casi funzionare in modo soddisfacente per tutta la durata dell’infanzia, ma con l’irrompere delle pulsioni e delle turbolenze adolescenziali le tematiche dell’origine, della differenza, del dolore della perdita, diventano centrali e possono assumere una portata dirompente.

Winnicott individua nell’ignoranza circa la propria origine l’elemento che rende più carica di tensione l’adolescenza dei figli adottivi: “…questa ignoranza finisce per mescolarsi al normale mistero del rapporto sessuale, della fecondaizione, della gravidanza e della nascita, e interferisce con la delicata natura del gioco sessuale adolescenziale…”; per questo i figli adottivi hanno bisogno di risposte particolarmente esaurienti e adeguate su tutto ciò che riguarda il sesso, perché questo è in un certo senso “un altro modo di imparare ciò che riguarda le origini”.

Quando Winnicott scriveva, c’era ancora molta incertezza e confusione sul fatto che i figli adottivi dovessero essere informati circa la loro condizione, e ancora maggior confusione circondava le tematiche del sesso e dei modi in cui poter affrontare l’argomento con bambini e adolescenti.

Oggi, nel nostro mondo, è diffusa l’idea che bambini e ragazzi abbiano il diritto di ricevere spiegazioni chiare su tutto ciò che li riguarda, le informazioni circolano più liberamente (fin troppo, talvolta), i casi di adozione sono numerosi e apertamente conosciuti nell’ambito di vita di ciascun bambino: il nodo dell’ignoranza tuttavia rimane insoluto, perché riguarda il mistero della propria origine e l’incertezza del senso di appartenenza (alla famiglia, alla comunità, alla cultura di adozione). E’ un ‘incertezza che non ha a che fare solo con le sperimentazioni fantasmatiche dell’adolescente ma possiede uno statuto di realtà: il genitore adottivo può esserne catturato tanto quanto l’adolescente, e allora il senso di non-appartenenza reciproco diventa molto concreto e minaccia pesantemente la relazione. Il genitore può sentirsi in colpa per aver fallito il compito ideale di dare una famiglia a un bambino che l’aveva persa, per non aver saputo colmare le carenze e i vuoti, ma può anche difendersi col pensiero che il destino gli ha fatto incontrare il bambino “sbagliato”, quello incapace di fare un buon uso dell’affetto e delle cure ricevute.

La possibilità di sostenere gli attacchi dell’adolescente, il suo rifiuto, la sua disperazione, dipende molto dal lavoro di elaborazione della perdita e di riconoscimento della differenza che è stato possibile compiere in precedenza, dall’apertura di spazi di ascolto e di comunicazione in cui genitori e figli abbiano potuto guardare insieme la zona d’ombra del “prima” e condividere e tollerare non solo il dolore della separazione ma anche quello che deriva dall’impossibilità di conoscere. Se la relazione è cresciuta sul tacito accordo che un “prima” non esiste, questo “prima” può irrompere prepotentemente sulla scena durante l’adolescenza, creando distanze che appaiono incolmabili e di fronte alle quali genitori e figli si sentono facilmente impotenti e disperati. E’ necessario allora che i genitori siano aiutati a ripensare la loro storia e quella del figlio, a riprendere il filo della narrazione al di là di quello che sembrava il punto di partenza, a integrare nel loro vissuto di genitori ciò che può essere accaduto prima del loro costituirsi come famiglia; talvolta anche poter riconoscere la peculiarità della situazione adottiva, le difficoltà insite nel percorso, l’impegno che richiede costruire un legame con un figlio che non si conosce, provoca un senso di sollievo e permette loro di entrare più liberamente in contatto con i propri sentimenti e di utilizzare meglio le risorse di cui dispongono.

Anche quando i genitori sono stati capaci di identificarsi con il bambino e con la sua sofferenza, e sono riusciti a condividere i suoi interrogativi e i suoi dubbi, l’adolescenza rimane tuttavia un momento critico, che alle famiglie adottive pone compiti specifici, dal momento che per il figlio adottivo la ricerca della propria identità deve necessariamente fare i conti con il mistero dell’origine e con il senso di smarrimento, ma anche con il riemergere di sentimenti di dolore e di rabbia per essere stato abbandonato o rifiutato. Per i genitori, in un certo senso, è come trovarsi di nuovo di fronte al bambino sconosciuto, ma ora è un adolescente, con tutta la sua carica pulsionale e la sua capacità di agire, di coinvolgere, di provocare reazioni: mantenendo la disponibilità di guardare insieme a lui e di tollerare ciò che non si può conoscere, possono rispondere al bisogno del figlio di essere riconosciuto nella sua diversità e, al tempo stesso, confermato nella sua appartenenza al mondo che lo ha adottato.

 

 

Bibliografia

 

1) D.W.Winnicott (1955), Figli adottivi e adolescenza, in D.W.Winnicott, Bambini, Raffaello Cortina Editore, Milano, 1997

(2) P. Jeammet (2007), Psicopatologia dell’adolescenza, Borla, Roma

(3) L. Tolstoj (1877), Anna Karenina, Einaudi, Torino, 1993

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.