Introduzione
Circa trentacinque anni fa, poco dopo il mio ingresso nella scuola di specializzazione in psichiatria, colui che considero il mio primo Maestro — uno degli ultimi psichiatri per cui la psicoanalisi occupava ancora un posto centrale nell’insegnamento universitario — mi affidò la cura di un giovane paziente affetto da una gravissima forma di schizofrenia ebefrenica. Il ragazzo era profondamente regredito, presentava enuresi ed encopresi funzionale, importanti stereotipie motorie e un linguaggio ridotto a poche parole ripetute meccanicamente e pronunciate in modo sincopato e confuso: si-sì, no-no, papà, caffè, fummà, appiccià, ovvero fumare e accendere riferendosi ad una delle circa cento sigarette che fumava ogni giorno, succhiandole voracemente, come a restare attaccato ad un seno da cui non riusciva a staccarsi neanche per comunicare.
Accolsi quell’incarico — che oggi definirei senza esitazione impossibile — con l’entusiasmo giovanile e il desiderio di mettermi alla prova. L’unica indicazione che mi diede il Maestro fu tanto semplice quanto iperbolica:
«Fallo parlare».
Quell’esperienza iniziale introduce il nucleo attorno a cui ruota il nostro seminario: la parola e la sua ombra. Da un lato il ruolo fondativo della parola nella prospettiva psicoanalitica, dall’altro ciò che accade quando la parola si ritrae, si impoverisce o si degrada fino a ridursi a sintomo, stereotipia, ripetizione, delirio, somatizzazione o scarica pulsionale immediata.
Il mandato del Maestro — “fallo parlare” — non rappresentava soltanto un’indicazione tecnica, ma conteneva in forma condensata l’intero programma della psicoanalisi. Un principio destinato a orientare stabilmente la mia futura formazione psicoanalitica, che si svolgeva parallelamente a quella psichiatrica, come da prassi consueta, all’interno dell’istituto universitario presso cui mi formavo.
La parola come fondamento della cura
La psicoanalisi si fonda sulla regola fondamentale del dire tutto senza fare niente: una prescrizione tecnica che deriva da una teoria complessa e stratificata. Analizzando questa formula possiamo delineare la cornice teorico-tecnica della cura analitica, in cui:
- l’azione viene sospesa;
- la parola assume una funzione centrale;
- si asseconda il vettore pulsionale che dal corpo investe la psiche, esaminandone le prospettive dinamiche, economiche e topiche.
Il rovescio della formula “dire tutto senza fare nulla” è, viceversa, l’acting: fare tutto senza dire niente. Qui la parola viene elusa, sostituita dal gesto, dal corpo agito, dall’urgenza della scarica pulsionale, spesso in forma coatta. Si tratta di una via breve, talvolta brevissima, che evacua l’affetto nell’azione, sottraendolo al percorso faticoso e mediato dalla rappresentazione e dal simbolo.
Nel mio paziente schizofrenico, la spinta pulsionale aveva subito una profonda regressione, trasformando la parola in ripetizione cieca, rumore, corpo. In questo senso, fallo parlare era insieme una prescrizione terapeutica precisa e in questa, come in altre situazioni cliniche estreme, un’indicazione impossibile.
Il presupposto teorico delineato dal primo Freud è che, nello sviluppo psichico, le rappresentazioni verbali prima affianchino e poi sostituiscano le rappresentazioni di cosa, consentendo il passaggio dal processo primario al processo secondario e rendendo possibile l’avvio della simbolizzazione.
La cura psicoanalitica consiste nell’accompagnare il soggetto verso la possibilità di trovare parole rappresentative capaci di legare l’affetto, superando le resistenze che ostacolano questo processo e producendo trasformazioni nella struttura psichica.
Le trasformazioni prodotte dalla cura psicoanalitica possono essere descritte secondo differenti modelli teorici, ma convergono verso un medesimo denominatore comune:
allargamento del preconscio nella prima topica freudiana; annessioni di porzioni dell’Es nella struttura dell’Io nella seconda topica; allargamento dell’area del gioco e dello spazio transizionale in Winnicott; trasformazione degli elementi β in elementi α in Bion; sviluppo dei processi terziari e transfert sulla parola in Green.
Riguardo al linguaggio, l’analista si colloca in questa prospettiva come tramite che favorisce lo spostamento dell’investimento pulsionale verso la parola. L’invito alla parola contenuto nella regola fondamentale, pronunciata dall’analista, favorisce il passaggio dall’identità di percezione all’identità di pensiero, ampliando l’area del preconscio e dell’Io. La parola in psicoanalisi non è un semplice veicolo semantico, ma un nodo in cui si incontrano rappresentazione e affetto e, contemporaneamente, uno strumento di relazione che colloca l’oggetto in una posizione altra, sospesa tra percezione, affetto e rappresentazione.
Non ogni parola, tuttavia, possiede valore terapeutico. Esistono, infatti, parole che non legano l’affetto: l’agito verbale, l’investimento narcisistico della parola, la logorrea vuota, la parola delirante. Sono eccezioni che vanno attentamente tenute in conto.
Quando la parola si svuota e perde la capacità di legare, il soggetto è costretto a inseguirla indefinitamente oppure a rinunciarvi del tutto; l’affetto resta grezzo e non legato, manifestandosi come agito, sintomo, stereotipia, somatizzazione o angoscia senza nome. La parola terapeutica, viceversa, è quella che riesce a dare forma all’affetto pur senza coincidere completamente con esso, è affetto che prende forma.
Il lavoro analitico si rivela una ricerca incessante non della parola ultima, ma di una parola possibile: una parola che possa iniziare a dare forma all’affetto e, insieme, lasciarsi modificare da esso.
Parola, narcisismo e simbolizzazione
La parola si oppone al narcisismo originario onnipotente che vorrebbe il soggetto muto, preservato dalla fatica e dalla frustrazione del dire. La regressione a una condizione senza parole è una delle strade intraprese dalle psicosi gravi.
Il setting psicoanalitico — il lettino, l’analista alle spalle, il silenzio della stanza — costituisce un dispositivo che invita alla parola e contemporaneamente alla rinuncia dell’onnipotenza narcisistica. Parlare significa accettare uno strumento inevitabilmente imperfetto: il linguaggio. Uno strumento che comunica ma, nello stesso tempo, separa.
Diversi processi terapeutici in analisi avvengono, tuttavia, oltre le parole, nella misura in cui la situazione analitica promette una regressione narcisistica e il temporaneo ripristino di un’unità duale (Balint, 1968). Tale regressione narcisistica è necessaria per avviare l’analisi ma non è sufficiente per svilupparla. Deve aprirsi a un imprescindibile cambiamento che investa i rappresentanti verbali quali strumenti intermedi tra analizzando e analista.
Dante, nel XVII canto del Paradiso, esprime poeticamente la nostalgia del narcisismo originario che prevede una comprensione immediata, antecedente alla parola:
Lo primo tuo refugio e ‘l primo ostello
sarà la cortesia del gran Lombardo
che ‘n su la scala porta il santo uccello;
ch’in te avrà sì benigno riguardo,
che del fare e del chieder, tra voi due,
fia primo quel che tra li altri è più tardo.
In questi splendidi versi si delinea una condizione originaria dell’essere in relazione con l’altro: colui che accoglie, Bartolomeo della Scala, deve essere capace di comprendere il poeta ancor prima che questi parli, rispondendo al desiderio narcisistico di essere capiti prima ancora di accedere al registro del linguaggio, secondo una logica che prevede che le istanze pulsionali vengano soddisfatte automaticamente, per una via telepatica.
In analisi, la regressione narcisistica che mira al recupero del paradiso perduto è pertanto promessa di cura che non necessita di parole.
La fantasia di essere compresi prima ancora di parlare richiama l’illusione primaria di un’intesa immediata e onnipotente. Ma è proprio il fallimento inevitabile di tale illusione ad aprire la dimensione simbolica dell’umano e al possibile investimento pulsionale dell’apparato del linguaggio.
La parola significativa — orientata alla comunicazione con l’altro — si oppone al narcisismo, poiché introduce uno scarto tra la scarica dell’affetto immediato e la rappresentazione. La nostalgia del narcisismo delle origini, il paradiso perduto, vorrebbe abolire tale distanza.
A partire dal tradimento inevitabile operato dalla parola si apre la dimensione simbolica dell’umano, come potrebbero testimoniare i versi di Pessoa:
Ah, tutto è simbolo e analogia!
Il vento che passa, la notte che rinfresca
sono tutt’altro che la notte e il vento:
ombre di vita e di pensiero.
Tutto ciò che vediamo è qualcos’altro.
L’ampia marea, la marea ansiosa,
è l’eco di un’altra marea che sta
laddove è reale il mondo che esiste.
Resta un vuoto di senso che nessuna parola può colmare: una ferita costitutiva che sul piano del fantasma corrisponde alla castrazione, e apre tanto al lavoro del lutto quanto alla potenzialità creativa.
Sublimazione e transfert sulla parola
Secondo Conrotto (2004), nella cura analitica la curiosità sessuale può subire un processo di sublimazione che conduce dal desiderio di godimento al desiderio di conoscere. Il transfert sulla parola può essere inteso come effetto di questo processo sublimatorio. Dire al posto di agire produce uno slittamento pulsionale: l’investimento si trasferisce dall’azione alla funzione simbolizzante della parola.
L’istituzione del setting analitico, attraverso la formulazione della regola fondamentale — dire tutto, non fare altro che dire — spostando l’investimento dall’azione alla parola promuove un movimento sublimatorio. Molti percorsi analitici che giungono a esiti sfavorevoli, spesso sostenuti dalla reazione terapeutica negativa, si oppongono proprio a questo movimento, rivendicando la concretezza agita del corpo contro il lavoro psichico e la fatica dei processi sublimatori. Ne conseguono configurazioni cliniche psicosomatiche, narcisistiche o isteriche, che resistono tenacemente all’analisi attraverso il mutismo selettivo, l’evitamento difensivo o l’interruzione del trattamento.
La fantasia onnipotente di comunicare senza mediazioni, di essere compresi in modo immediato e senza sforzo — retaggio del narcisismo originario — quando viene sostituita da uno strumento intermedio come la parola richiede un duplice movimento: il lutto dell’onnipotenza e lo spostamento delle cariche di investimento verso il linguaggio, perché nella logica dell’economia pulsionale senza tornaconto libidico non si dà possibilità di cambiamento. La parola investita d’affetto rende possibile tale trasformazione con un necessario guadagno sul piano dell’economia psichica.
La rinuncia al godimento elementare non viene quindi vissuta solo come una perdita, ma come possibile conquista. L’investimento che sostiene questo processo è necessariamente narcisistico ed è legato al piacere dell’Io nelle proprie acquisizioni e nella sua capacità di dominare la scarica pulsionale.
Freud: sintomo, sogno e parola
Nel primo Freud (1895, 1900) il nesso invertito tra parola e sintomo emerge con particolare evidenza nell’isteria. Il corpo prende il posto della parola, il sintomo si fa frase incarnata, la conversione somatica diventa testo. Il sintomo di conversione sostituisce la rappresentazione verbale, conducendo il soggetto a “dire”, attraverso il corpo, ciò che non può essere confessato neppure a se stessi. La talking cure compirà il movimento inverso: risalendo dal sintomo alla parola, restituirà all’ammalato il significato inconscio dei suoi sintomi.
Questo principio governa l’intera clinica freudiana della prima topica: i dolori di Elisabeth sostituiscono il “discorso” celato dietro la fantasia rimossa del desiderio erotico provato per il marito della sorella morta; la fobia dei cavalli di Hans prende il posto del fantasma paterno; l’allucinazione dell’Uomo dei lupi rivela l’angoscia di castrazione connessa al fantasma della scena primaria. In tutti questi casi, il sintomo si scopre narrazione esclusa dalla coscienza, fantasia inconscia.
Anche il sogno, per Freud (1900), mantiene un rapporto privilegiato con la parola. Il lavoro onirico trasforma pensieri verbali in immagini e rappresentazioni figurative. Il sogno manifesto si sostituisce ai pensieri del sogno, il processo secondario cede il passo al processo primario per consentire, durante la regressione onirica, il sonno. Sogno e sintomo sono dunque parole senza parole, parole trasfigurate dal lavoro psichico che il lavoro dell’analisi può rivelare nel loro significato precluso alla coscienza.
Freud (1900) sottolinea come la parola, in quanto punto nodale di molteplici rappresentazioni, sia un “polisenso predestinato”, di cui sogno e nevrosi si servono per condensazione e spostamento. L’ambiguità linguistica, il doppio significato e il linguaggio figurato contribuiscono alla deformazione del contenuto, rendendo incerta ogni interpretazione letterale. Nel lapsus (Freud, 1901), infine, si condensa lo slittamento del pensiero inconscio sulla parola che sfugge alla coscienza. Interpretando il lapsus si potrà risalire al desiderio, al conflitto, al pensiero rimosso.
Dalla prima alla seconda topica
La psicoanalisi opera nel luogo dell’assenza e del vuoto. Là dove la parola manca, sfugge, si traveste o si trasforma in sintomo e sofferenza psichica, il trattamento propone una possibile trasformazione che attraversando l’investimento narcisistico dei significanti verbali produce l’allargamento dei confini dell’Io.
La funzione analitica non colma la mancanza con la parola, ma la abita, la sostiene, la rende pensabile, si rivela più “pagina bianca” che scrittura. La ricerca della parola resta infatti infinita, perché il senso è sempre mancante ed eccedente.
Il passaggio al registro del linguaggio implica una doppia ferita narcisistica che comporta sia la rinuncia al narcisismo della rappresentazione — l’illusione di poter dire tutto — sia al narcisismo dell’affetto — l’illusione di poter vivere senza mediazioni rappresentazionali e simboliche (Musella, 2025).
Nel passaggio dalla prima alla seconda topica freudiana (Freud, 1923), la funzione della parola si ridefinisce. Se nella prima topica sogno e sintomo sono trasformazioni puntuali delle tracce inconsce rimosse, nella seconda l’Es produce spinte pulsionali che l’Io dovrebbe accogliere trovando rappresentazioni sufficientemente adeguate, ampliando così il proprio dominio. La parola è una delle vie privilegiate attraverso cui la pulsione può trovare uno spazio di rappresentabilità.
Con la seconda topica muta anche il valore del silenzio. Il silenzio non è più un fallimento, ma una forma della parola prima della parola: il luogo in cui il soggetto incontra l’impossibile del dire. Talvolta tacere è l’unica possibilità, quando la parola non è ancora nata, l’affetto è troppo crudo o il simbolico non ha ancora preso forma.
L’ultimo dualismo pulsionale pone in tensione pulsioni di vita e pulsioni di morte. Le spinte vitali dell’Es vengono controinvestite dalla pulsione di morte, che tende alla scarica nirvanica. L’investimento narcisistico dell’Io impedisce la scarica allo zero, instaurando un equilibrio regolato dal principio di costanza. La tenuta dell’Io — alimentato dal pensiero simbolico —funge da barriera contro la scarica pulsionale. È un lavoro intrapsichico soggettivo costitutivo e difensivo insieme, analogo a quello che avviene in larga scala attraverso il processo di civilizzazione della Kultur (Freud, 1930)
Il transfert sulla parola in André Green
È a partire dalla seconda topica freudiana che prende forma il pensiero di André Green. Per Green (1984), il transfert non si organizza esclusivamente sulla persona dell’analista, ma investe la parola stessa e la funzione simbolizzante. In molte forme cliniche contemporanee — stati limite, funzionamenti narcisistici, depressioni bianche — il transfert non riguarda primariamente l’analista come oggetto, bensì il funzionamento dell’apparato del linguaggio. Ciò che viene investito dal transfert è la funzione del linguaggio più che il contenuto del discorso.
L’analisi si configura così come un lavoro preliminare di ricostruzione delle condizioni della parola, prima ancora che del suo senso. Ciò che si trasferisce sull’analista è l’esperienza di un oggetto primario deficitario. Oggetto che dovrebbe piuttosto rispondere all’esigenza di legare affetti slegati.
In questo contesto, l’analista è posto nella posizione di chi deve far emergere la parola prima di interpretarla, rafforzando la capacità di sostare nell’attesa, favorendo le potenzialità di contenimento dell’Io. L’interpretazione può risultare prematura o intrusiva. Diventa invece centrale l’ascolto della forma del discorso, dei suoi vuoti, delle sue interruzioni, del silenzio e dell’informe. L’analista, più che produrre significati, è chiamato a sostenere una presenza viva e pensante capace di tollerare il negativo.
Il transfert sulla parola, in Green, indica che al di là del transfert di amore o odio verso l’analista, si istaura nel campo analitico una spinta che riguarda il rapporto del soggetto con la possibilità stessa di dire, significare e rappresentare.
Da questo punto di vista, il transfert sulla parola entra in diretta risonanza con la funzione α di Bion (1962). L’analista non è investito come oggetto libidico, ma come apparato trasformativo: colui che aiuta a rendere pensabile ciò che non lo è stato.
Quando Green descrive una parola svuotata, operatoria o impossibile, osserva clinicamente ciò che Bion definisce come fallimento della trasformazione degli elementi β in elementi α. In tali condizioni, la parola non è veicolo di pensiero, ma funzione di legame di residui non trasformati dell’esperienza emotiva, ciò che in termini freudiani potremmo definire affetto slegato.
Il transfert sulla parola segnala dunque una domanda rivolta alla funzione di trasformazione, più che una richiesta di interpretazione. L’analista non è chiamato a dare senso, ma a rendere potenzialmente possibile la trasformazione.
Green (1993) nel proporre il possibile fallimento della funzione di legame della parola converge parzialmente con Lacan. Tuttavia, mentre in Lacan (1953) il limite della parola è strutturale — il significante è per definizione mancante e il reale resiste strutturalmente alla simbolizzazione — in Green il fallimento della parola è prevalentemente storico-relazionale. Esso deriva dall’incontro con un oggetto primario che non ha svolto adeguatamente la funzione simbolizzante. Il negativo greeniano non è solo effetto della struttura, come proposto da Lacan, ma il risultato di un’assenza traumatica che, in determinate circostanze, ha prodotto una catastrofe della simbolizzazione primaria.
Da queste differenze deriva una diversa concezione della funzione dell’analista. In Lacan, l’atto analitico opera come taglio significante, introducendo una discontinuità nella catena del discorso, mettendo l’analizzante di fronte al suo desiderio. In Green, invece, l’analista è chiamato innanzitutto a garantire una presenza psichica capace di tollerare il vuoto e di offrire una possibilità di legame là dove la parola è morta o non è mai nata.
Il difetto di simbolizzazione primario
Per André Green (1983), il difetto di simbolizzazione non coinciderebbe con una semplice carenza di rappresentazioni, ma con una frattura originaria del processo rappresentativo stesso. Non si tratta di rimozione — che presuppone una simbolizzazione già avvenuta — bensì di una mancata costituzione del rappresentabile.
Questo difetto deriva dal fallimento dell’oggetto primario nel garantire una presenza viva, responsiva e trasformativa. Quando l’oggetto è assente, psichicamente morto o intrusivo, la funzione simbolizzante non si attiva.
In questo quadro si colloca il concetto di Madre morta (Green, 1983): una madre biologicamente viva ma psichicamente assente, fredda e non responsiva, spesso a seguito di depressione, lutto o trauma massivo. Si tratta di una figura inizialmente viva e libidicamente investita, che poi si spegne improvvisamente e si ritira, lasciando nel soggetto un vuoto di comprensione: un enigma senza risposta, non simbolizzabile e privo di un lutto realmente elaborabile.
L’identificazione con la madre morta comporta un ritiro dell’investimento affettivo e una tendenza al disinvestimento, che non produce rappresentazioni ma vuoto interiore.
Se la madre non risponde, non rispecchia e non attribuisce senso, il linguaggio non si anima: resta inerte. La madre morta genera aree psichiche non rappresentate, difficoltà di pensiero, stati di vuoto e anestesia affettiva. In questi casi il linguaggio non struttura l’esperienza: fallisce. Questa configurazione compare spesso negli stati borderline, nelle depressioni profonde, nelle organizzazioni narcisistiche e nei quadri segnati da difficoltà di simbolizzazione.
Nel pensiero di Green (1993), il negativo non coincide con la semplice assenza dei rappresentanti del desiderio, ma con il disinvestimento attivo che, in casi estremi, mira alla desertificazione e allo slegamento caratteristico della clinica del vuoto. Il difetto di simbolizzazione primario si manifesta in silenzi non elaborabili, parole operatorie, impoverimento affettivo — come nella depressione bianca — e attacchi al legame e al pensiero.
Nei quadri clinici segnati da questo difetto l’interpretazione classica risulta spesso inefficace o traumatica; il transfert si deve organizzare intorno alla possibilità di dare spazio alla parola, più che al suo contenuto.
Jacques Lacan: la mancanza-a-essere (manque-à-être)
Per Lacan (1953), la mancanza-a-essere non è un deficit accidentale, ma una condizione strutturale del soggetto parlante. Il soggetto nasce nel linguaggio come effetto del significante e, proprio per questo, è diviso, mancante e mai pienamente coincidente con se stesso. La mancanza-a-essere deriva dunque dall’ingresso nel simbolico: il soggetto non manca di qualcosa, ma manca come essere.
La mancanza-a-essere è il fondamento del desiderio. Il desiderio, infatti, non tende a un oggetto reale, ma cerca di colmare una mancanza che resta strutturalmente impossibile da saturare. Il linguaggio non ripara questa mancanza: la istituisce.
Per Lacan, ciò che resiste alla simbolizzazione non dipende primariamente da un fallimento dell’oggetto o della relazione, come accade in Green, ma dal carattere strutturalmente incompleto dell’ordine simbolico. Il Reale designa precisamente ciò che sfugge all’iscrizione significante, ciò che «non cessa di non scriversi», poiché il linguaggio non può dire integralmente l’essere.
In Green la parola fallisce perché l’oggetto non ha reso possibile la simbolizzazione; in Lacan la parola fallisce perché il linguaggio, in quanto tale, introduce una perdita costitutiva. Il difetto di simbolizzazione primario riguarda ciò che non è mai diventato parola; la mancanza-a-essere riguarda ciò che nessuna parola potrà mai colmare.
Deficit o struttura
Volendo delineare una teoria del deficit, possiamo chiamare in causa, seppur in modi diversi, Winnicott (1958), Bion (1962) e Green (1993). In tutti e tre i casi, il punto di partenza è che qualcosa, nell’esperienza originaria, non ha funzionato: è mancata una madre sufficientemente buona, una funzione di rêverie adeguata o una capacità di simbolizzazione primaria. Di conseguenza, nel lavoro analitico l’analista è chiamato ad una funzione vicariante, ad aprire nuove potenzialità psichiche.
In Lacan (1953), al contrario, emerge l’idea di una mancanza strutturale, inscritta nella condizione stessa dell’umano. Il lavoro analitico, in questo caso, non mira a colmarla, ma a svelarla e a tollerarla.
In Freud (1920, 1923) convivono, seppure in tensione, entrambe queste prospettive.
Da un lato, è presente l’idea di un limite strutturale della rappresentazione e del linguaggio. L’esperienza umana non è mai pienamente traducibile in parola: il desiderio resta eccedente rispetto ai suoi rappresentanti, il soddisfacimento assoluto è impossibile, la castrazione introduce una perdita costitutiva che avvicina Freud alla prospettiva successivamente radicalizzata da Lacan. La parola non coincide mai con la cosa, e una quota dell’esperienza psichica resta inevitabilmente non simbolizzabile.
Dall’altro lato, Freud propone anche una concezione economica, dinamica e relazionale della costituzione psichica. Il destino della pulsione dipende infatti dalla possibilità di legarsi a rappresentazioni, dalla qualità delle esperienze primarie e dalla capacità dell’apparato psichico di trasformare e contenere l’eccitamento. In questo senso, alcune linee della sua teoria aprono direttamente alle prospettive di Winnicott, Bion e Green: il fallimento della simbolizzazione non deriva soltanto da un limite strutturale del linguaggio, ma può essere l’effetto di un trauma, di un eccesso pulsionale o di una relazione primaria incapace di svolgere una funzione trasformativa.
Freud non separa mai completamente questi due livelli. La psicoanalisi nasce precisamente nello spazio di tensione tra una mancanza costitutiva — che nessuna parola potrà colmare integralmente — e la possibilità che l’esperienza trovi forme simboliche, trasformative e meno distruttive.
Quando Green (1973, 1984, 1993) parla di contenuti psichici che non hanno raggiunto lo statuto di rappresentazione, descrive in termini diversi ciò che Bion definisce elementi β non trasformati. In assenza di rêverie e di una funzione α adeguata, l’esperienza emotiva resta grezza, non pensabile e non sognabile.
Il dialogo tra Green e Winnicott è forse ancora più fecondo sul piano teorico-clinico. Il difetto di simbolizzazione può infatti essere letto come l’esito di un fallimento della holding. Laddove Winnicott descrive un ambiente incapace di sostenere il gesto spontaneo del bambino, Green ne mette in luce gli effetti tardivi: la parola che non riesce a rappresentare l’esperienza perché non si è costituito uno spazio potenziale.
In Winnicott (1971) la simbolizzazione nasce nello spazio transizionale: il gioco precede la parola come strumento intermedio creativo. La conseguenza che ne deriva Green è che se lo spazio transizionale non si costituisce, la parola resterà morta, operatoria o assente.
L’investimento della rappresentazione verbale si collocherà in uno spazio intermedio che soddisferà il narcisismo e, al tempo stesso, renderà possibile l’incontro con l’altro. È, in questo senso, un investimento dello spazio transizionale.
La parola su cui si investe in analisi è quella che si colloca tra l’investimento narcisistico della rappresentazione verbale e la relazione con l’altro. Le parole si rivelano vettori pulsionali: intrecciano il piacere narcisistico dell’investimento dell’Io con la rappresentazione dell’altro. Quando questo incontro avviene, l’analisi si anima di Eros.
Nelle nevrosi, il lavoro analitico restituisce alla parola il posto che il conflitto le ha fatto perdere: la parola prende il posto del sintomo, la rappresentazione simbolica subentra a quella isterica e, nel sogno, la rappresentazione ideativa sostituisce quella immaginaria. Nelle dimensioni extra-nevrotiche si tratta invece di dare per la prima volta spazio a una parola che non ha mai potuto costituirsi.
Lo spazio transizionale della parola
L’analista, come referente del discorso, abita un luogo paradossale: è presente come ascoltatore, ma assente allo sguardo. Occupa un luogo intermedio, c’è e non c’è, è rappresentazione e oggetto reale, è creato ed è trovato. E ciò che l’analizzando vuole che sia ma è anche lì, in persona, ad ascoltare il discorso. Non oggetto in sé ma oggetto di transfert.
La condizione analitica, unica da questo punto di vista, si situa a metà tra il sogno e la realtà.
La parola, vista da questo vertice creativo, può occupare lo spazio transizionale, non necessariamente definibile come spazio mancante o sostitutivo ma come spazio intermedio dove è sospeso il giudizio di realtà.
Tale indicazione ha una portata che va oltre la tecnica. Il lavoro analitico non mira alla restaurazione dell’ordine, ma alla costruzione di un equilibrio dinamico tra manifestazione dell’inconscio e trasformazione simbolica: condizione di una soggettività tollerabile, ma non pacificata.
La psicoanalisi sospende la funzione espulsiva della censura e istituisce uno spazio in cui la protesta può diventare pensabile, senza essere abolita.
Freud (1910), nella seconda delle cinque conferenze sulla psicoanalisi tenute alla Clark University, offre una metafora fondativa per pensare questa funzione: l’episodio immaginario della protesta del disturbatore che irrompe durante la lezione accademica. Il compito non è zittire il rumore — come fa la coscienza con l’inconscio — ma ascoltarlo e interrogarlo, affinché la protesta possa trasformarsi in parola. Come nella metafora proposta da Freud, così l’analisi non mira a ristabilire l’ordine, ma a creare un equilibrio dialettico dinamico tra manifestazione dell’inconscio e trasformazione simbolica.
La distinzione tra prima e seconda topica chiarisce ulteriormente questo movimento. Nella prima topica, nell’inconscio rimosso è depositata una traccia che il sintomo o il sogno mostrano in forma modificata attraverso il lavoro onirico o il lavoro del sintomo. Il compito analitico consiste nel disvelamento, nel portare alla coscienza ciò che è stato rimosso. Con la seconda topica, invece, l’Es è il deposito primigenio delle spinte pulsionali che non attendono solo di essere scoperte, ma di trovare una via rappresentazionale che consenta all’Io di accoglierle. Con la seconda topica, il punto di vista economico prevale su quello topico e dinamico: non basta sapere dove sta il contenuto, occorre capire come possa essere legato.
“Fallo parlare” non significa più soltanto far emergere un contenuto nascosto, ma creare le condizioni affinché qualcosa che non ha avuto ancora parola — o che l’ha perduta — possa acquisire una forma.
In questo senso, la parola non è il fine della cura, ma il suo rischio permanente.
Conclusioni
In conclusione, la parola occupa in psicoanalisi una posizione paradossale.
Da un lato rappresenta una perdita: introduce distanza dalla percezione immediata, separa il soggetto dall’illusione narcisistica di coincidere pienamente con sé stesso e con l’oggetto. Parlare significa rinunciare all’immediatezza, attraversare la mediazione del simbolico, tollerare l’assenza e il differimento.
Dall’altro lato, è proprio questa perdita a rendere possibile il pensiero, il legame e la trasformazione pulsionale.
La parola analitica non coincide mai completamente con ciò che rappresenta. Non restituisce l’oggetto perduto, non colma il vuoto originario e non ricompone una totalità infranta. Tuttavia, consente all’affetto di trovare una forma, sottraendolo alla ripetizione muta del sintomo, dell’agito o della scarica corporea.
Per questo la cura analitica non consiste semplicemente nel “restituire significati”, ma nel creare le condizioni affinché qualcosa possa diventare rappresentabile. Nella nevrosi si tratta più spesso di restituire parola a ciò che è stato rimosso; nei funzionamenti più gravi, invece, il compito è più radicale: permettere la nascita stessa di una funzione simbolica laddove il linguaggio non è riuscito a costituirsi pienamente.
In questo senso, la parola non è soltanto uno strumento tecnico della cura, ma il luogo stesso in cui si gioca la possibilità dell’umano.
Quando il linguaggio fallisce, l’affetto tende a precipitare nel corpo, nel delirio, nell’agito o nel vuoto depressivo. Quando invece la parola riesce, anche solo parzialmente, a legare l’esperienza emotiva, si apre uno spazio intermedio tra il soggetto e la scarica pulsionale: uno spazio transizionale dove è possibile creare la rappresentazione e, contemporaneamente, incontrare l’altro.
È questo l’insegnamento più profondo di quel lontano “Fallo parlare”.
Non l’illusione che tutto possa essere detto o compreso, ma la possibilità che qualcosa dell’esperienza psichica trovi una forma condivisibile senza essere immediatamente evacuata nel corpo o nell’azione.
Dopo molti anni di lavoro clinico continuo a pensare che, anche nelle condizioni più gravi, la parola resti sempre preferibile al silenzio. Non perché possa guarire integralmente la frattura originaria, ma perché permette al soggetto di non esserne completamente inghiottito.
Da molti anni continuo a condurre settimanalmente un gruppo di pazienti psicotici in ambito istituzionale, e vedo quanto il poter parlare, condividere ed entrare in relazione con me e tra loro sia un momento atteso, capace di aiutarli a sentirsi più umani.
La parola non salva dal vuoto, ma ci aiuta a renderlo più abitabile.
Bibliografia
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Inizio modulo
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