Mi sono chiesta come commentare il lavoro di Roberto Musella così incontestabilmente ricco di elementi teorici, estesamente sviluppati e intensamente articolati tra loro.
Non certo aggiungendo altro
Ho pensato allora di riattraversarli anche, se non tutti, per incrociare alcuni punti che potessero essere utili al dibattito, ma soprattutto ad un importante confronto su quelli che da sempre amo chiamare casi difficili, e non casi gravi, per spostare l’interpunzione, poiché “ Fallo parlare” è proprio uno di questi.
“ Fallo parlare “ non ha un nome, e forse anche questo ci rimanda all’articolato pensiero di Roberto Musella, ho pensato allora di chiamarlo temporaneamente per questo nostro incontro Giovanni Senza terra, per quell’offerta di terzietà sulla parola proposta da Green, una terzietà data a prestito ai pazienti, perché Green ci ricorda che agli psicotici non mancano le funzioni secondarie, ma manca quella terzietà che Roberto Musella nel suo testo teorico incrocia e per altre ragioni.
Ho infatti atteso tutta la lettura di incontrarlo e quando verso la fine mi sono imbattuta in Riccardo, è come se fosse stato Giovanni Senza terra a prendere la parola per nominare se stesso e insieme nominare Riccardo cuor di Leone. Entrambi purtroppo grandi usurpatori, anche se Giovanni vantava il credito di essere stato ingiustamente estromesso dal fratello, entrambi anche fratelli.
Il ruolo usurpante dell’alterità degli oggetti primari, l’alterità materna in particolare, un’alterità disattenta, folle, intrusiva o abbandonante, mi sembra centrale sulla mancanze di parola e su come questa sia fondante la soggettività
E su questo Piera Aulagner, partendo dal concetto della funzione di “passaparola” della madre , ne La violenza dell’interpretazione, ci parla di quella fase anticipatoria dell’esistenza e dei fattori che aiutano a strutturare la soggettività o a comprometterla, nelle forme e negli esiti di cui Musella ci ha parlato così diffusamente e ha posto il focus, che io seguo, su come poter lavorare analiticamente con il paziente, in particolare con i pazienti così compromessi, per recuperare una parola persa o mai avuta.
Ma se la parola qualifica la soggettività e i suoi molteplici aspetti identitari, il suo lavoro di restauro e di vera e propria ristrutturazione della parola, inevitabilmente porta sotto traccia anche questi aspetti, che sono i più difficili da far emergere in analisi.
Nel suo dettagliato lavoro Roberto Musella parte da un’attenta rilettura di Freud, del primo Freud, quello dell’Interpretazione dei sogni, del concetto di rappresentazione, ma ancora prima delle Afasie e de Gli Studi sull’Isteria. Riguardo a quest’ultimo, voglio ricordare l’intenso e vasto seminario portato a questo centro da Paola Freer. Roberto Musella riprende dunque il primo Freud per raffrontarlo con quello della seconda topica de L’Io e l’Es, ed è in questo patchwork del pensiero freudiano, in cui i concetti non si sovrappongono per sostituirsi, ma si affiancano, che procede, secondo questo affiancamento, con altri approcci teorici che in parte si possono integrare con il pensiero freudiano, in parte no. D’altra parte rendere vivo un pensiero, parlare di Green e con Green di un pensiero vivente vuol dire avere consapevolezza che ogni pensiero va rieditato, come ci ricorda Derrida rispetto al lascito ereditario (elemento già ripreso da Freud quando cita il Faust di Ghoethe). Derrida ci ricorda che ogni lascito non va preso in toto, ma solo nelle parti in cui ci corrisponde, questo implica il lutto di ciò che si lascia e il riinvestimento responsabile, nel senso dell’impegno a mantenere in vita, ciò che si sostiene poterci appartenere ( Rimando alla differenza tra appartenere e possedere. Rimando anche ad Andrè Gorz, editore di JP Sartre, e a quanto ha scritto sulla differenza tra scrittore, e su quanto in lui l’oggetto sia presente , mentre non compaia nello scrivente.)
A proposito di oggetto Roberto Musella, già nell’introduzione, ci parla della parola e della sua ombra, riprendendo il testo del gruppo di seminari proposti da Cecilia Ieri. Il rimando che trovo inevitabile è all’alone della parola di Green, quella parte terziaria della parola, intermedia e intermediaria della cosa. (in francese i due termini si dicono allo stesso modo) . E’ la cosa che si “presenta” nella parola attraverso il suo alone che transita sempre nelle due direzioni (un’altra evocazione della transizionalità di Winnicott, come anche Roberto Musella propone).
Molti Autori si sono soffermati su questa transizione. Tra questi Donnet che in un suo volume (“ L’agir de parole” in Des Psychanalystes en seance. Glossaire clinique de psychanalyse contemporaine, Gallimard, Paris, 1016) ed in lavoro scritto con Emanuelle Chervet (“Reflections sur la Dramatisation”, Revue Française de psychanayse, 5, 1529-1534,2015) ha parlato dell’agiren della parola. Descrive cioè una pluralità espressiva che non riguarda la polisemia verbale, ma appunto un molteplice grado quantitativo dell’espressività della parola: agita, drammatizzata, rappresentata. Mi piace ricordare in questo senso anche Piera Aulagnier quando ci dice che il senso della parola precede il significato e lo determina perché è un senso di accoglienza o di rifiuto.
Ma chiediamoci: cos’è che mobilizza qusta sensorialità, se non l’affetto, cioè la quota non legata della pulsione? L’affetto che corrisponde a quella quota pulsionale e all’energia che, se impiegata, lega, altrimenti ostacola il legame, secondo quella legge economica che RobertoMusella ricorrentemente ci riporta alla memoria..
E’ proprio il sostegno di questa quota fisica, sensoriale, percettiva e corporea che ha portato sia Green che Aulagnier ad una posizione di netto contrasto con Lacan sulla sua idea di un linguaggio in cui metafore e metonimie emergono da un solo scorrimento del linguaggio lungo la catena di significanti. Scorrimento che rivela che il soggetto è sempre portato ad una inutile ricerca rispetto ad un’inevitabile mancanza ad essere, che è la mancanza di quella diade materna continuo oggetto del desiderio (se volete poi possiamo anche discriminare la differenza tra desiderio e bisogno proprio raffrontando Freud a Lacan). Ecco perché l’analista per Lacan può fare solo il morto per non essere l’oggetto trasposto del desiderio del paziente.
Se pure tutta la letteratura francese sente l’influenza di Lacan, come in parte anche Musella ricorda, e questo accade nonostante la tenace contrapposizione di quasi tutti gli autori al suo pensiero, al di là dunque di questa inevitabile influenza è vero tuttavia che il “pensiero vivente” di Green è in una posizione di netta differenza proprio per quanto appena detto. Il pensiero è vivente anche nella “presenza” dell’analista induttore del transfert, come abbiamo ricordato, e come dice Green: presente, invisibile e intoccabile. Questa presenza offre quella terzietà che manca alla psicosi come agli stati limite e, secondo Green, la offre a prestito , per costituire un modello di identificazione secondaria attivante questa funzione nel paziente.
Nel suo testo Roberto Musella affronta tenacemente questa difficoltà attraversandola in vari punti:
- Gli agiti
- Le parole agite
- Le ripetizioni
- Il vuoto
Il vuoto, che giustamente Musella definisce vuoto di dentro, e dove tutte le ripetizione agite possiamo immaginare di essere illusoriamente volte a riempirlo, è proprio un vuoto di dentro perché è un vuoto che parte da un’abolizione della percezione interna, come Freud ricorda nel caso Shreber quando introduce la prima delle difese dell’io diversa dalla rimozione, e appartenente al gruppo delle scissioni, cioè la proiezione. ( tornerò sul concetto di vuoto per porci alcune domande)
E’ in questo vuoto di annullamento di tempo, spazio che prende forza la ripetizione
La ripetizione, cioè questo ritornare sul punto traumatico, con una parola agita o con un agito, come in un vortice , dove si rivela più che una spinta della pulsione di morte un’attrazione verso l’oggetto, un’insistenza sull’oggetto per rappresentarlo.
L’attesa può essere molto lunga e sembrare infinita, ma è proprio Green che ci ricorda che oltre a tollerarla possiamo trovare nella ripetizione granelli trasformativi, che non sono ancora rappresentazioni, ma piccoli elementi che nella comunicazione evocano una nuance di cambiamento. Sono piccole deformazioni anticipatorie di trasformazioni, ancora in attesa di trovare una loro strada espressiva, che possono passare attraverso elementi quantitativi (la riduzione dei centimetri di canne fumate) o qualitativi (neologismi come dire “la ruotine”, o paradossali cambi di accento:” Mont Sinài”/ Sìnai ) che si collocano nell’ambito dell’agiren della parola, di una parola ancora drammatizzata, ma che attingono a quel grande patrimonio del linguaggio che opera attraverso la polisemia della parola.
Roberto Musella ci riporta a quelle condizioni relative agli oggetti primari che hanno avuto un ruolo e una partecipazione nella “ mancata costituzione del rappresentabile “, come segnatamente indica nelle sue parole che descrivano quelle che nella clinica ci appaiono come vere e proprie catastrofi.
La mancata simbolizzazione non è solo una questione linguistica, ma è anche una questione esistenziale e rimarcante dei deficit nelle relazioni primarie. ( Vi rimando ai legami asimbolici di Roussillon nelle gravi catastrofi narcisistiche)
Se più o meno a tutti appartiene la possibilità di un’identificazione primaria e quindi simbolica il procedere ad un’identificazione secondaria simbolica può diventare una voragine psichica ed esistenziale se viene impedita od ostacolata.
Musella ci ricorda a questo proposito la “madre morta” di Green che è un modello sicuramente esemplare di evento traumatica nella vita dei figli poiché è un passaggio repentino da una madre che è stata fino a poco prima viva, accudente, simbolizzante, strutturante una barriera di contatto con una sua rêverie (con Bion), o di una madre che non impone i propri identificati, per dirla con Aulagnier, ad una madre improvvisamente psichicamente morta per un suo evento traumatico. Ma certamente estendendo questa espressione del danno è Green stesso , sempre nel suo Lavoro del negativo a ricordarci le conseguenze dei difetti strutturali nella formazione di quella che chiama struttura inquadrante cioè rappresentazione dell’assenza di rappresentazione . In breve è la capacità della madre di sottrarsi che lascia questo spazio vuoto, ma che ha in sé la trama strutturale e strutturante per la rappresentabilità, che consente di riempire quel vuoto di rappresentazioni e di identificazioni secondarie cioè simboliche. L’analista nel suo essere invisibile e intoccabile, ma sempre presente, favorirebbe , attraverso la sua donazione di funzioni terze, di liberare da quell’ingombro che è dato sia dall’eccesso di presenza della madre sia da un ‘eccesso di assenza , poiché entrambi i casi determinerebbero un ingombro sulle possibilità rappresentazionali (come vedere sullo stesso schermo due film contemporaneamente).
Così ho cercato di riassumere e rieditare attraverso una mia intercettazione il pensiero di Musella nei paragrafi del suo testo che riguardavano il deficit primario di simbolizzazione e il rapporto tra deficit e struttura, per poi ritrovarmi in quella zona di transizione della parola, che così bene descrive nello paragrafo dedicata a quello spazio transazionale della parola , cui facevo cenno anche all’inizio affiancando la sua definizione di ombra della parola con quella di alone della parola in transizione dalla cosa alla parola e viceversa.
A questo proposito voglio ricordare anche Michel de M’Uzan che ha proprio descritto questa transizionalità come un transito, perché oltre a parlare della mentalizzazione come investimento libidico della madre attraverso la parola sul corpo del bimbo, parte come effetto positivo di tutto questo come un continuo transito in senso tanto oggettuale che inevitabilmente anche narcisistico.(Aux confines de l’identité)
Ecco che sia Giovanni senza Terra che probabilmente il fratello (nella sorte clinica, ancorchè diversa) Riccardo cuor di Leone hanno avuto intrusione di assenze come vere e proprie assenze o come eccessi di presenze non presenti alle necessità accudenti di quel bambino.
Vorrei soffermarmi con Roberto Musella e con voi su due punti , secondo me molto profondi che ho tratto leggendo il suo lavoro.
- il vuoto. Questo spazio dell’io di quel soggetto, svuotato perché invaso e depredato , potrebbe aprire a più svolte cliniche
- Riempimento di elementi persecutori e paranoicali
- Riempimento di sostanze o di varie dipendenze
- Svuotamento fino all’annientamento dell’altro. Se non sono stato visto non sono, non esito, non esiste allora nemmeno l’altro, se lo uccido non ho ucciso nessuna esistenza solo un vuoto. Pensiero di un mio paziente che da piccolo è stato torturato ,ma che ho trovato veramente un approccio teorico clinico illuminante nel corso della sua analisi che si sta volgendo alla fine.
Queste diverse traiettorie come possono intrecciarsi con il percorso analitico?
- Vorrei anche riprendere un altro punto del testo che riguarda il transfert sulla parola, che come ricordato anche da Green sarebbe quello che propriamente chiamiamo semplicemente transfert.
Quello che comunemente chiamiamo transfert è il transfert sulla parola.
La giusta precisazione di Green che Roberto Musella fa mi ha rimandato alla distinzione che Green riprende in Le temps éclaté , Il tempo in frantumi … e in altri suoi scritti in cui distingue un transfert sull’oggetto e un transfert sulla parola. Il transfert sull’oggetto è in sostanza un transfert agito sull’oggetto di transfert-l’analista- e si contrappone e si distingue dal transfert sulla parola. Il transfert sull’oggetto è come ha ricordato Musella un transfert che non ha fatto il lutto con l’onnipotenza e che non ha trovato un cambio-scambio di economia energetica , per cui l’accumula di questa può trovare solo la via della scarica.
Ma personalmente trovo , e cercherò per questo un confronto con Roberto e con voi, che sia proprio questa distinzione di Green la strada che ci lascia qualche speranza nel campo esteso, ma anche molto variato e variabile della clinica in cui la parola agita riempie vuoti che non sembrano solo voragini, ma appaiono a volte a noi analisti come veri buchi neri che attraggono tutto in una perdita di temporalità e di sostanza fino all’annullamento, perché è proprio dell’evocazione di una annullamento che parlano. Parlano senza parole, (Il rimando al ça parle di Lacan).
La distinzione dei due modelli di transfert proposti da Green , mi ha fatto pensare alcuni anni fa a quello che ho poi chiamato transfert dissociato sull’oggetto e sulla parola , poiché l’uno non esclude l’altro anche se quello sulla parola è temporalmente schermato e l’oggetto d transfert , che ne è anche l’induttore, può attraverso la parola drammatizzata favorire quell’intermediazione tra la cosa e la parola, che naturalmente è più facile a dirsi che a farsi, ma che non è impossibile, anche se devono passare molte acque sotto i ponti e le attese possono essere rese esauste delle ripetizioni e dalla carica aggressiva che inevitabilmente le compenetra.
Potremmo quindi anche pensare ad un transfert dissociato come a due modalità da considerarsi come due parti in conflitto, dove l’analisi, con il suo lavoro, riduce la forbice tra le due parti, riuscendo poi a dare voce di parola al transfert.
- Vorrei infine concludere con una domanda che mi sto ponendo intensamente ( Identità)
Ma questi vuoti di parole e di simboli non corrispondono anche a vuoti identitari, per cui il conformismo e il primatismo dilaganti diventano facili presta-nomi ( perdonate il gioco di parole e il gioco che ho fatto con i nomi di Giovanni e di Riccardo) favorendo una crescita di violente identità fittizie eteroaggressive da un lato o paranoicalmente ritirate in un ritiro libidico su un Io già deoggettualizzato dall’altro?
Tutte tragicamente tese a riempire un vuoto , così lontano da quella Pienezza del vuoto : Dallo zero alla meccanica quantistica tra scienza e spiritualità, 2017, di cui ci parla Trinh Xuan Thuan?