Niente di vero. Veronica oltre ad essere chiamata così, era chiamata in tanti altri modi Oca, Smilzi, Verika, Scarafona; molti la chiamavano Vero. Un gioco fra nomi: Niente di Vero? Siamo qui al Centro Psicanalitico e da circa un anno, a commentare un altro testo con una modalità introspettiva che oggi mi rende esitante perchè questa volta la scrittrice è direttamente l’Io narrante. Veronica sa certamente che una diffusione di questo tipo ha il suo prezzo, anche se gran parte dei suoi familiari è deceduta. Viva e indomita è la madre. Incontriamo tanti personaggi, tutto ha inizio dalle parole della scrittrice, dalla sua visione e questo è, il suo romanzo autobiografico scritto a dispetto del fratello, a sua volta e contemporaneamente, dedito a scrivere un’autobiografia. Se pur indottrinata da Cristian, approdato alla psicoanalisi, Veronica sembra essersi tenuta lontana da questi luoghi. Appare una ragazza interrotta, con le sue fughe imperfette. In fuga da quando aveva 15 anni e con molte relazioni interrotte, con una gravidanza interrotta. e, per quanto asserisca che il sesso le interessa più; di ogni altra cosa, praticandolo non sembra avere alcuna consapevolezza di questa esperienza. Può spingere alla fuga, vivere in una famiglia a dir poco, eccentrica con madre apprensiva controllante e padre, chimico di formazione, angosciato dalla presenza dei batteri ed altri agenti patogeni, al limite del delirio o dentro un delirio, pacificato dalle implacabili pratiche difensive. Veronica sembra voler scappare a costo di sacrifici, per prendere le distanze soprattutto da sè stessa in quel contesto. I vari appartamenti di Berlino (70), le permettono di scrivere romanzi e di provare a ricomporre quel sè spezzato, attraverso la scrittura. Bambini, ragazzi privati di tutto, perchè ogni cosa era considerata pericolosa. L’essere ridicolizzati, soprattutto da adolescenti, è un macigno. Il giovane medico trova una scusa per lavare di nascosto Veronica, bambina/ragazzina puzzolente. I libri erano stati la loro compagnia, un culto incentivato che li ha portati a divenire scrittori. Nemici di ogni forma di edonismo, i genitori, consideravano il piacere di leggere, un piacere diverso e lecito. Nonostante tutto, Veronica ama le figure familiari più prossime, laddove proprio il nonno Peppino, che potremmo definire, una persona semplice ma competente affettivamente, è il suo primario punto Di riferimento. A mio parere la scena più bella del libro è quella in cui si trovano in bagno lei e il nonno. La Scarafona è gravemente stitica, il nonno le sta vicino e interpreta la sua difficoltà a perdere parti di sé ormai inservibili, per riportarle dentro di sé;. Una vicinanza straordinariamente empatica, che ci porta a riconoscere quei legami salvifici che spesso accompagnano gli anni dello sviluppo di ogni bambino. Nella vita avveniva ciò che succedeva in bagno, un continuo abbandonare e cercare di riprendere soprattutto i compagni Bra e A. Dormono insieme, nipote e nonno, e se quest’ultimo si protegge dalla follia della moglie, Veronica trova un rifugio sicuro che durerà oltre l’adolescenza. Rinuncerà a dormire con il nonno, solo quando avvertirà il disagio. Complesso di Peppino? Le aveva insegnato, con il finto dono da parte della settima enigmistica, che mentire si può, legittimando quel che aveva già fatto da ragazzina con i disegni espropriati. Per la madre il telefono certifica la permanenza dei figli sulla terra. C’è Francesca al telefono è un refrain che fa da sfondo nella vita dei due figli, in particolare del figlio, e di tutte le persone che hanno a che fare con loro. Le importa soltanto che a qualsiasi costo la sua ansia sia lenita. Li scova ovunque, fino al paradosso di monopolizzare il centralino dei carabinieri. Veronica è una bambina non riconosciuta dalla madre, troppo presa dall’apprensione per il fratello e da tutti gli altri figli che vorrebbe nell’inconfessato desiderio di rifarsi migliore. Anche da adulta, nella attesa di incontrarla, scambia molte persone per lei, come se non avesse impresso il suo volto, una rappresentazione solo tratteggiata. Da adulta comprende il senso di questo disconoscimento, e se fissano un appuntamento, la scorge mentre la cerca in altre persone. Si accorge che molto spesso anche gli altri faticano a riconoscerla. Se tu non mi riconosci, non mi conosco, nessuno mi conosce. Mi viene in mente una novella finlandese di TOVE JOANSON, Il cappello del Gran Bau, ed. Salani 1990,letta da David Grossmann, durante una lezione sull’adolescenza. -Si gioca a travestirsi, un ragazzino si nasconde dietro ad un grande cappello magico che rende irriconoscibili, è angosciato, neppure la madre può riconoscerlo, quando a un tratto attraverso lo sguardo, lei lo riconosce: “Questo è il mio bambino”. Nello sguardo della madre, trova la continuità tra l’ora e l’allora del proprio Sé, psichico e corporeo-. suoi Seppur priva del suo sguardo,Veronica è afflitta dall’intrusione della madre con le sue amiche, i fidanzati, il contesto lavorativo. Francesca arriva a catalogare in sua assenza, l’epistolario tra la figlia e l’amica Cecilia. Si infila come l’acqua che scorre e si insinua in ogni angolo, sempre presente e ubiquitaria. Agisce con una invadenza inconsapevole, a sua volta aveva avuto una giovane madre che avrebbe voluto abortirla. Muccia, nonna molesta per la piccola Veronica senza tette, le preferiva il fratello! Forse una migliore intesa c’era con il padre che la chiama tutta la vita Oca, cosi come la chiamava e si chiamava da piccola, ne faceva comunque oggetto delle sue fobie, declinando tutto un corteo di riti asserviti alla sua rupo/patofobia. Sino a portarla adolescente al mare ricoperta di scottex ed intrisa di alcool, trasformandola in un campo di battaglia per uccidere gli invisibili microbi e altri agenti patogeni. Le tagliava i capelli con la lametta esponendola al ludibrio sociale, molti la scambiavano per un maschietto anche per gli abiti che indossava. Mai un parrucchiere o un ginecologo in occasione del menarca, come lei stessa aveva richiesto, emula delle sue compagne. Non vista neanche in questa tappa fondamentale per ogni donna, ma contemporaneamente esposta con annunci pubblici a scuola. Costretta a vivere con il fratello in una casa ridotta ad una prigione, tramezzi e finestre dimezzate dalle quali sbirciare il gioco dei bambini in cortile e sperare di non essere invitati a scendere. Un continuo cantiere con il risultato di una trasformazione dell’abitazione in un allestimento teatrale. Cristian e Veronica sono solidali e legati da profondo affetto, ma il maschio primogenito ha imparato a leggere a 3 anni, lei solo a quattro…Lui guardato, riconosciuto oltre misura, sembra aver trovato nella psicoanalisi, nella religione e nella politica una certezza identitaria. L’affetto tra i due è solidale, la mano per addormentarsi attraverso il letto a castello, il loro grido disperato e ad unisono in Puglia nella scena dell’incidente. Ma come sempre l’amore è ambivalente, Veronica barava argutamente al gioco zen, una rivincita rispetto alle innumerevoli volte in cui gli era stato detto bravo. Lei in una situazione stretta da regole non scappa come vorrebbe, piuttosto inquina il campo delle regole. Cristian abbandona la sorellina per strada per raggiungere la sua ragazza e non esita a condannare l’aborto quando già era deciso, le regala testi ad hoc di Melaine Klein. Comunque l’accompagna in ospedale, A., il compagno resta fuori. Le ragioni di questo rifiuto sembrano legate al suo modo di non essere ed al confronto con modelli materni particolarmente insoddisfacenti di madri, di nonne che si collocano lontani anni luce da quello irraggiungibile della madre di Glenda. A lei erano mancate le parole dei genitori che accompagnano il percorso evolutivo, i suoi romanzi sono un tentativo di recuperare la narrazione mancante e se Veronica è vera, questo romanzo è un tentativo di riparazione. “non sentivo ciò che avrei dovuto sentire perchè non sapevo cosa dovessi sentire”. I genitori, educatori affettivamente analfabeti, avevano affidato ai libri la funzione educativa che è fatta anche di parole, di esempi e di azioni regalate nel quotidiano vivere. “invidiavo a Cecilia la classe del padre e a Glenda la disinvoltura della madre” . Certamente si ride per la sua fuga da quindicenne, il padre la scova dall’amico ospitante. Era Bra che l’aveva tradita. ” però telefona a tuo nonno che sta incazzato nero”. Padre al padre. Ma gli incontri più fortunati sono le sue amiche, Glenda con la madre ginecologa che incarna un modello materno irrangiungibile, la ospita quando vuole incontrare Bra. E ancora Milena e Cecilia, una ragazza indipendente, che le apre un mondo con le letture scelte come la Pastorale Americana di Philip Roth. Letture affrancate dalla eredità familiare. Cecilia è anche compagna di un viaggio avventuroso, costruito nei minimi particolari, per Vero un’occasione per recuperare la vita concreta non vissuta. Al ritorno ha un piede ferito, curato con ferro caldo dal padre folle,…un corpo cheloide a forma di cuore viene guardato con tenerezza dopo la sua morte. Non protesta a voce mai, Veronica, forse pensa che dietro questi abusi ci sia da parte del padre, l’unico modo di amare. Lo saluta, prima della morte e dopo averlo assistito. Indossa il suo orologio,f orse imparerà a leggere ora. Scappa a Berlino, aveva già fatto la prova del lutto, riversando il dolore fra le braccia di un compagno di scuola incontrato per caso. Perderà Bra ma anche Cecilia, delle tre l’amica più vicina, trasferitasi altrove con marito e figlia. Negli anni c’è l’occasione di un incontro, ma Veronica ha abortito il giorno prima, disdice l’appuntamento e disattende la promessa di chiarimento. Nei romanzi che siano storici, antichi o contemporanei, il tema prevalente è la famiglia o in maniera diretta o in forma velata e allusa. Nel romanzo autobiografico di Veronica Raimo, si parla della famiglia in termini macchiettistici e paradossali come direbbe il padre. Si intravedono gli affetti conseguenti. Il racconto strappa qualche risata, ma questo modo di affrontare la verità dura e cruda, sempre che lo sia, sembra piuttosto un meccanismo difensivo che coinvolge anche il lettore. In realtà è un deridere insieme, un ridere che invece èun urlo lungo quanto il romanzo intero.
Pubblicato il 21 Maggio 2026
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