Cultura e Società, Film
Lascia un commento

BUIO IN SALA 2025 – L’uomo d’argilla di Anaïs Tellenne. Commento di Stefania Nicasi

Due sono gli indizi in apertura: la caccia alle talpe e il souvenir che la postina porta da Praga. Su questi torneremo.

 

Comincio col dirvi la prima impressione che mi ha lasciato il film. È un’impressione sensoriale, sensuale, sconvolgente. Un effetto simile, ma mediato dalla parola scritta, me lo aveva fatto la lettura del romanzo vitalistico di Lawrence: Lady Chatterley si innamora del guardiacaccia, un amore che si consuma nel bosco lasciandosi alle spalle la raffinata ma esangue e dissanguata (siamo nel 1928, all’indomani della prima guerra mondiale) civiltà dalla quale lei proviene.

 

Sono stata letteralmente catturata dalle scene di posa, dalle mani che plasmano l’argilla, culminanti nella potente scena erotica – la scena madre appunto – il cui effetto, se ci fossero dubbi, si apprezza nella sequenza immediatamente successiva. Mi era parso un film che prima di tutto parla al corpo – sicuramente aveva parlato al mio. Nel momento in cui lo sfiora, lo esplora e lo plasma, lo anima. Non è questo il prodigio che compiono la manipolazione materna del neonato e le carezze degli amanti? Il corpo viene alla vita e prende coscienza di sé grazie allo sguardo e al tocco dell’altro. Il corpo esulta – direbbe Battiato – e si ricrea.

 

Ma non è solo una faccenda fra corpi. In una notte buia e tempestosa avviene l’incontro fra due anime, due mondi. Quello campestre e sonnolento di Rafael, dove ogni sommovimento sotterraneo viene silenziato con la dinamite, e quello metropolitano, mondano, sofisticato ma sterile di Garance. Lei è infelice, forse per amore forse perché la vena creativa si sta esaurendo. La raccolta delle lacrime è un lavoro concettuale che non fa piangere. Lo sguardo di Rafael percorre il corpo di Garance restituendogli sacralità: è il corpo di una dea quello che lui vede, non il corpo sul banco del macellaio che lei si è tatuata. Lo sguardo di Garance vede in Rafael un paesaggio che non si stanca di mirare, l’in-finito, qualcosa di mai visto prima né dallo sguardo prosaico e inesorabile della madre né da quello fantasioso ma limitato della postina.

 

Dall’incontro escono entrambi trasformati: il punto è se si tratti di uno scambio, anche se non alla pari, oppure di una rapina ai danni di Rafael.

 

È un punto sul quale mi piacerebbe conoscere il vostro parere e sul quale io e l’intelligentissima collega Saottini – che l’anno scorso è venuta a Buio per commentare Past lives – siamo divise. O meglio, io sono dubbiosa mentre lei è quasi certa che Garance compia una sorta di abuso o di psicoanalisi selvaggia nella quale, detto in sintesi, svela a Rafael la sua essenza, il suo vero Sé, e così facendo lo conduce a un picco di esaltazione narcisistica per poi abbandonarlo a se stesso in un ambiente che adesso gli andrà stretto. Da qui la disperazione e la furia distruttiva.

 

Prima di lasciarvi la parola, aggiungo un tassello importante, l’indizio che compare in apertura e che appunto Cristina mi ha fatto subito notare.

 

È il Golem, souvenir di Praga dove la leggenda tramanda che siano custoditi i resti del gigante con sembianze umane, ma privo della luce dell’intelletto e della parola, fabbricato con l’argilla dal rabbino Ariè nel 1579 perché proteggesse la comunità degli ebrei dai soprusi dei gentili.

 

Narra una versione della leggenda che un giorno il rabbino perse il controllo della sua creatura che fece a pezzi la casa del padrone nel giorno del sabato per poi placarsi e sbriciolarsi all’imbrunire. Due suggerimenti bibliografici, anzi tre: Il servo, racconto breve di Primo Levi nella raccolta Vizio di forma; Il golem raccontato da Elie Wiesel (quello de La notte) nella raffinata edizione Giuntina; la poesia Il Golem di Borges. Scrive Primo Levi:

Un Golem è poco più che un nulla: è una porzione di materia, ossia di caos, racchiusa in sembianza umana o bestiale, e come tale non è buono a nulla; è anzi un qualcosa di essenzialmente sospetto e da starne alla larga, poiché sta scritto «non ti farai immagini e non le adorerai». Il Vitello d’Oro era un Golem; lo era Adamo e anche noi lo siamo (Levi, 710).

 

Seguendo la pista del Golem potremmo dire che l’artista Garance trova la vita segreta nel servo Rafael, la infonde nel suo ritratto e se ne va con quello, lasciando il modello come un guscio vuoto. Ma il film tenta un capovolgimento originale ed è questo che mi ha decisa a sceglierlo: con una performance degna della migliore body art, il modello si fa opera vivente e si accoppia con l’artista. L’opera che verrà esposta non è un pensatore ma un sognatore che custodisce sotto alle palpebre il sogno comune che lo ha generato.

 

La voce del pubblico

 

Nella discussione il pubblico si è diviso: chi parteggiava per l’interpretazione di Saottini secondo la quale Garance usa Rafael senza tanti riguardi chi riteneva invece che Garance avesse comunque portato un benefico cambiamento in Rafael, chi propendeva per un misto delle due cose. Un intervento ha sottolineato il valore artistico del lavoro di Garance.

 

Qualcuno ha chiamato in causa la dinamica servo/padrone descritta da Hegel e qualcuno, sulla stessa lunghezza d’onda, ha visto nella vicenda il consueto sfruttamento delle classi subalterne a opera della borghesia.

 

In ogni caso, il giudizio del pubblico è stato unanime nel ritenere L’uomo d’argilla un bellissimo film, forse il più originale dell’intera rassegna.

 

Con L’uomo d’argilla si chiude ufficialmente la rassegna – ci sarà però una coda giovedì 19 con Crescendo. Una rassegna che abbiamo composto scegliendo i film dell’anno che più ci erano piaciuti e che ci sembravano particolarmente adatti a una lettura psicoanalitica. Come sempre succede, a posteriori, scopriamo che qualche nascosto filo li ha inanellati. Alcuni fili sono facilmente rintracciabili, come la musica, che sarà anche in Crescendo e che speriamo riempia i locali e le vie di Firenze, e come il rapporto fra vita, malattia e morte, i legami filiali e fraterni, la magia del cinema. E ancora, meno immediatamente evidente, la ricerca di verità dei personaggi, il tentativo di ciascuno di scoprire chi egli sia e di confessarlo. Un tentativo encomiabile ma destinato al fallimento se compiuto in solitario: è noto che le autobiografie, anche le più sincere, mentono. Questo perché la verità su noi stessi, ammesso che sia possibile raggiungerne una, non può che dircela un altro. E chi può essere questo altro? Direi in primo luogo la moglie e in secondo luogo l’analista: categorie non a caso in perenne crisi.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *