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BUIO IN SALA 2025 – Il tempo che ci vuole di Francesca Comencini. Commento di Enza Quattrocchi

Nel corso della rassegna CINEMA E PSICOANALISI : BUIO in sala 2025, ho commentato per il Centro Psicoanalitico di Firenze il film :Il tempo che ci vuole, primo film di Francesca Comencini, figlia minore dell’omonimo regista Luigi Comencini, il tema della paternità è un tema centrale. Incontriamo Francesca bambina e la seguiamo fino all’età adulta. L’opera esprime l’evidente desiderio della regista dì onorare suo padre e la figura paterna. Colloca la sua telecamera in un percorso orientato esclusivamente verso la relazione di Francesca e del padre Luigi. Il resto della famiglia che sappiamo essere molto affiatata e ricca di valori, viene per il momento accantonato e dunque, in questa occasione, oscurato. Gli episodi dell’infanzia si armonizzano e si collegano con la fase della vita adulta. Francesca ed il padre, solo loro due e il loro rapporto negli anni. Lei è una bambina che bazzica nel set del film Pinocchio e osserviamo gli aspetti ricchi di significato, le pietre miliari che tracciano la sua crescita.

 

La figura paterna è riconosciuta solo nel corso del 5°secolo a. c., attraverso primitivi accertamenti che mettono in evidenza, l’uomo come partecipe all’atto procreativo, attribuito in precedenza a pollini, insetti e quant’ altro nell’aria e in natura. Attraverso la letteratura, le arti figurative, il cinema, la sociologia e la psicologia,apprendiamo che la figura paterna ha avuto varie trasformazioni nel tempo. Sempre più si affermava la figura paterna con l’attribuzione al padre del ruolo genitoriale. Negli anni di un recente passato, la figura paterna ha esercitato un ruolo affettivamente distante, arroccato, su una sorta di attribuzione superegoica: “non diciamolo a tuo padre , se la cosa la sa tuo padre son guai” etc. per certi aspetti era una forma di protezione sia per il padre che per i figli.

 

È Ma la vera rivoluzione nella concezione della figura paterna avverrà proprio negli anni a cavallo tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento ad opera di Sigmund Freud. L’interesse di Freud per la relazione paterna è manifestato in numerose opere. Elaborò una teoria sul complesso di Edipo per i bambini e quello di Elettra per le bambine; concetti molto utilizzati nella psicologia dello sviluppo e punto di ferimento nella psicologia del completo arco vitale. Dobbiamo allo Psicoanalista Franco Fornari, l’indicazione di codici che regolano le relazioni familiari e le relazioni sociali, il codice materno e il codice paterno. Con il passare del tempo, La restituzione del padre al padre,si è realizzata nel contemporaneo vivere e con l’avvicendarsi dei ruoli. si è realizzata nel contemporaneo vivere e con l’avvicendarsi dei ruoli. (la donna in famiglia ma anche sempre più nella vita sociale),un avvicendarsi che già Fornari aveva ipotizzato e con la conseguente condivisione di atti e di affetti in famiglia. Certamente per natura il rapporto con la madre è più viscerale, in considerazione del vissuto biologico che unisce madre e figlio mentre quello paterno, è una presentazione di un bambino fatto e compiuto, quasi un’adozione: ti vedo ti conosco, ti riconosco e comunque una presentazione di grande importanza come dimostra il rituale della nascita negli odierni reparti di Ginecologia ed Ostetricia. I momenti che succedono il parto sono dedicati ad una singolare riunione familiare protetta da ogni sguardo. Pur rappresentando il padre, una terzità tra madre e figlio, ogni singolo genitore può essere, come dice Winnicott, alternativamente sufficientemente buono. Comincia dal primo incontro alla nascita il percorso del padre verso la paternità interiore così ben descritto sul libro a più mani e a cura di Laura Mori.

 

Diventare padre .Sguardi sulla maternità interiore.

 

L’esposizione di una balena a Roma, impaurisce la bambina che arriva spavalda, elegantemente ben vestita, ma che al momento di avvicinarsi dice: “ieri no, oggi ho paura”. Il padre rispetta questa titubanza e forse apprezza l’arguta obiezione, la lascia fuori: Lui non ha paura. L’episodio del bullismo le mostra un padre schietto e non compiacente. Qualcuno dalla platea evidenzia aspetti altresì, arroganti in quella scena, ma nella stessa platea prevale il principio che l’accaduto in classe va censito; Per Luigi è importante anche non deludere Francesca già provata per essere stata delatrice. Ancora, Luigi da’ un esempio di rispetto verso gli abitanti che vivono nei pressi del set che sono a casa loro “prima la vita e poi il cinema”. “Bello troppo bello” dice Francesca al padre quando si trova sul set e ammira la luce che sembra un sole in bicicletta “è un’illusione” la previene il padre, in seguito ripeterà la stessa cosa rispetto alla droga, rispetto alla fascinazione per le parole degli altri. Sono gli anni dei grandi cambiamenti, è un attacco al principio di autorità, una lotta a volte non troppo pertinente (si pensi all’applauso degli studenti nelle aule universitarie alla notizia della morte di Moro). Anche Francesca, prova ad attaccare il padre con una sorta di eloquio emulo ma non pertinente. Mentre si aggrediva l’autorità paterna, si perdeva insieme a questa, la autorevolezza, tanto invocata da M. Recalcati con il suo complesso di Telemaco, figlio di Ulisse in attesa che il ritorno del padre, che mettesse ordine e allontanasse i Proci. Questo avviene quando il padre apprende che Francesca non è più la bambina sincera di allora e che, attraverso nuove frequentazioni si trova a far uso di sostanze fino a dipenderne.

 

Ulisse è tornato con la sua autorevolezza. A seguito del funerale del giovane che lei frequentava, una morte che avviene nell’ambito della tossicodipendenza, Luigi è risoluto. Francesca è costretta dal padre, a trascorrere un periodo di stretto controllo per affrontare l’astinenza psicologica e fisica. Si trasferiscono a Parigi per il tempo che ci vuole. Un padre che offre sé stesso, in cambio dell’accettazione del patto “se esci non mi vedrai mai più”. Osa ma riesce a trattenerla, sentendosi forte del legame costruito nella prima infanzia fondato sulla fiducia. Pensiamo alla scena della barba, frequente tra padri e figli piccoli, una condivisione, un’identificazione che prende significato “sei grande come me, sei me”, una scena senza parole che dice quanto i bambini, si affidano ai loro genitori, scena che si rinnoverà in seguito, rovesciata. Durante il periodo di chiusura a due, c’è un padre che parla delle proprie insicurezze dei propri tormenti nel fare il suo lavoro. la scena dei piedi, ha suscitato disgusto in platea forse per una lettura del gesto come incestuoso, aspetto che non si avverte nel film e nella storia, raccontata da Francesca in persona. I figli crescono ma non sono estranei e con un po’ di empatica fantasia, li ritroviamo così come erano da bambini, nel loro sguardo adulto. La scena piuttosto mi ricorda la lavanda dei piedi del giovedì Santo, la riabilitazione degli ultimi. Ho sempre pensato nella pratica clinica che la riabilitazione degli ultimi fosse uno strumento terapeutico per chi lo fa e per chi lo riceve:” Non sei un reietto, non sono un reietto”.

 

Ricordiamo il gesto di Ettore di Luigi Zaja

 

Ettore nel salutare la moglie e il figlioletto, mentre è in partenza per la guerra, si toglie l’elmo per non impaurire il bambino. Un passaggio da una funzione paterna all’altra. Luigi dopo l’enunciato progetto di reclusione a due, si toglie l’elmo, modula il gesto severo dello schiaffo e si presenta alla pari con tutto un lascito di una condivisibile umanità, fragile e insicuro anch’egli. Un padre che non può più fare paura.

 

Cosa porta la ragazza a drogarsi? Si indaga dalla platea con evidente allusione alla figura paterna, non molto gradita da alcuni spettatori uomini, verso i quali questo modello paterno forse muove qualcosa al cospetto di una paternità quasi perfetta. Emuli, increduli, perplessi come padri e come figli? Non rispondo non so dare una risposta specifica anche perché sento che si vorrebbe demonizzare il padre ma taccio, non ci sto. In fondo tutti sappiamo che frequentemente, la tossicodipendenza è indotta da frequentazioni amorose o amicali, poi nasce l’innamoramento verso la sostanza con la dipendenza fisica e psichica.

 

Da quel momento buio, Francesca esce, lavediamo madre, è di nuovo nel set del film Marcellino Pane e Vino di Luigi, al quale si avvicina saltellando e si ha l’impressione di vedere dentro la giovane donna, la bambina che si muove nel set del film Pinocchio.

 

Nonostante cotanto padre, si avvicina al mestiere di famiglia a modo suo, il suo primo film è autobiografico; incurante rispetto ai suggerimenti paterni, medita da sempre che con la sua prima opera, esprimerà la riconoscenza verso il padre. “prima la vita, poi il cinema”. In questo caso, la vita s’intreccia con il cinema. Ho sentito dire da qualche scrittore e regista che ognuno di noi ha una sola storia da raccontare. “Non lo “vedrò” dice il padre schivo, è un doloroso film che ha già visto, morirà prima.

 

Nascita, morte e rinascita, Francesca è ancora come una bambina innamorata del suo papà, chiamato tante volte nel film, papà, papà. Forse anche per questo ha oscurato, in un’occasione speciale, le altre donne di famiglia.

 

Desidera un commiato sui generis, padre e figlia, sono vaganti in un cielo accogliente, sono affiancati. Lei lo accompagna e dolcemente si separano.

 

Solo il Cinema può esaudire certi desideri.

 

Riferimenti Bibliografici

Meridiani universitari di Psicologia, Alfio Maggiolini

La teoria dei codici affettivi di Franco Fornari Ed. UNICOPLI

Freud opere

A cura di Laura Mori, Diventare padre. Sguardi sulla maternità interiore. Mimesis, 2021

Massimo Recalcati, Genitori e figli dopo il ritorno del padre, Feltrinelli 2014

Luigi Zoia, Il gesto di Ettore, Bollati Boringhieri, 2000

Donald Winnicott, Gioco e realtà, Armando Editore

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