Editoriali, Il CPF
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In memoria di Arrigo Bigi

di Graziano Graziani

 

Pochi giorni prima di Ferragosto, in una città spopolata e ribollente, Arrigo ci ha lasciato per il suo viaggio verso l’infinito. Era nato come me sulla Via Emilia, a Modena nel 1930. Anche se i panni nell’Arno li aveva lavati molto meglio di quanto abbia fatto io, qualche inflessione di quei luoghi era rimasta, per questo, forse, la sua presenza mi ha sempre trasmesso un senso di familiarità: era l’unico al Centro cui potevo fare qualche battuta in dialetto con la quasi certezza di essere capito. Familiarità non significa tuttavia ampia conoscenza personale, la nostra era una amicizia coltivata soprattutto in ambito professionale e, pur se il nostro incontro risale al 1988 allorquando intrapresi con lui una supervisione di training, moltissime eventi della sua vita, anche lavorativa, restano a me ignoti. Non so quindi se sono la persona più adatta a tracciare quello che è stato il suo percorso: diversi saranno i vuoti e le ombre che altri potranno cogliere e colmare.

 

Arrigo si traferì con la sua prima moglie da Modena a Firenze agli inizi degli anni ’60. Nel 1959 era morto il Prof. Cardona ed in sua vece giunse, come cattedratico della Clinica delle Malattie Nervose e Mentali di Firenze, il Professor Maleci. Come era usanza ai tempi delle baronie, Maleci riuscì ad allontanare dalla Clinica tutti gli allievi del suo predecessore (l’unico che sopravvisse fu Giordano Fossi) e a sostituirli con giovani che erano stati suoi assistenti a Padova o a Modena (Amaducci, Zappoli, Bigi e altri). Diversamente dagli altri, Arrigo non credo fosse istituzionalmente strutturato e Maleci pensò di indirizzarlo verso la nascente Neuropsichiatria Infantile. Fu così che ricevette una borsa di studio per un semestre alla Salpetrière presso la sezione di pedo-psichiatria. Alla Salpetrière la psicoanalisi aveva già fatto breccia e un collega coetaneo con cui Arrigo strinse amicizia era in analisi con Lacan: diverrà poi un Presidente dell’IPA, Daniel Widlocher.

 

Nel 1965 Arrigo ottenne la libera docenza in Neuropsichiatria Infantile: del titolo di Professore, per sua modestia, si fregerà ben poco.

 

Nel frattempo, in quegli anni, stava svolgendo e completando la propria analisi didattica. Eugenio Gaddini, seguendo una politica di diffusione della psicoanalisi, si era reso disponibile a svolgere analisi con finalità didattiche nella Clinica Universitaria di Firenze: due sedute si sarebbero svolte a San Salvi e due nel suo studio a Roma. Oltre ad Arrigo, usufruirono di questa opportunità, che sfociò nell’ Associatura, Giordano Fossi e Cesare Gori che veniva dalla Clinica bolognese.

 

Per motivi che non conosco, ma forse legati a un modo decisamente socratico di essere analista, con l’Associatura non solo interruppe ogni proposito accademico, ma non volle pubblicare più nulla e poco anche in ambito analitico.

 

Dal 1966 e fino al 1969 fu Direttore dell’Istituto Medico-Pedagogico Umberto Primo a Firenze. Di quegli anni all’Umberto Primo, Arrigo conserverà un pessimo ricordo per i conflitti in seno all’Istituto che lo spinsero infine alle dimissioni. Si dedicò quindi esclusivamente alla psicoanalisi e all’analisi infantile.

 

Agli inizi degli anni ’70 conseguì l’Ordinariato e nel 1974 figurò tra i Soci che fondarono il Centro Psicoanalitico di Firenze: gli altri Soci fondatori (che statutariamente dovevano essere Ordinari) furono Giovanni Hautmann, Stefania Manfredi Turilazzi, Franco Mori e Giordano Fossi.

 

Un triste evento sconvolse in quel periodo la vita di Arrigo: sua moglie morì dopo sofferta malattia ed egli si trovò solo ad accudire due figli ancora piccoli, Mauro e Roberto. Credo che la Fede lo abbia aiutato molto. In anni in cui professarsi credente per un analista non era facile (basti pensare all’ostruzionismo che i soci SPI manifestarono nei confronti dell’associatura di Leonardo Ancona) Arrigo continuò sempre a frequentare Padre Balducci e la Badia Fiesolana. Più avanti, quando l’anticlericalismo in seno alla SPI si sarà placato, darà vita assieme ad altri a un gruppo di studio di analisti credenti: “Psicoanalisi e Fede”.

 

Verso la metà degli anni ’80 fu cooptato come “analista didatta” presso l’Istituto Romano di Psicoanalisi, incarico che con la riforma della SPI si convertirà in Analista con Funzioni di Training della II Sezione Romana. Negli stessi anni si risposò.

 

Fu docente mio e di altri colleghi ai seminari di formazione dell’Istituto Romano. Verso i candidati ebbe sempre un profondo rispetto etico. Unico tra tutti i “didatti”, rese partecipi i candidati delle traversie che la SPI stava in quel momento attraversando e che condussero alla scissione del 1992.

 

Per quanto rispettoso generoso e amorevole verso il prossimo non si può dire che non fosse altrettanto duro e irascibile quando si sentiva ingiustamente offeso. Fu eletto Presidente del CPF nel 1994. Essendo nell’Esecutivo come Segretario Amministrativo, ebbi modo di conoscere meglio le sue grandi qualità come pure certi suoi piccoli difetti. Fino a quell’epoca il Centro non aveva una sede propria, i soci non arrivavano alla ventina e un affitto sarebbe stato troppo oneroso, ragion per cui le riunioni si svolgevano grazie all’ospitalità della USL in un ambente sanitario di Coverciano mentre la restante attività (conservazione di archivi e protocolli, corrispondenza, trasmissione dei fax, eccetera) avveniva nelle abitazioni private. In quegli anni, tuttavia, il numero di soci stava crescendo e Arrigo si impegnò con il suo programma di fornire al Centro una sede. Venne trovata una sala all’interno dello studio professionale di un agronomo in via Cavour: fu la nostra prima sede. Disponendo di poche risorse economiche, fu una operazione non facile che Arrigo ebbe la forza di portare a termine anche grazie alla generosità di alcuni soci come ad esempio la scomparsa Bartolozzi-Campo che donò parte della mobilia ancor oggi presente.

 

A fronte della sua paziente disponibilità nel farsi carico del bene comune conobbi però anche un Arrigo stizzito. Fino alla sua presidenza il Centro era, si può dire, totalmente chiuso ai non soci e non contemplava iniziative che avvenissero al di fuori della SPI. Con l’opportunità che adesso il disporre di una sede poteva fornire alcuni giovani soci come Sandra Filippini, Maria Ponsi, Alice Pieroni e il non più giovane Franco Mori attivarono un gruppo di studio sulla consultazione analitica che avrebbe avuto quale fine la creazione di un servizio di consultazione presso il Centro.

 

Arrigo sosteneva questi timidi passi e cercò personalmente di incentivare l’interesse della classe medica verso la psicoanalisi sia come modello di cura sia come possibile invio: tenne una conferenza all’Ordine dei Medici della Provincia di Firenze e su Toscana Medica comparve un articolo inerente le Indicazioni alla Psicoanalisi. Il dinamismo di Arrigo si accompagnò a un ovvio dibattito all’interno del Centro, dibattito dal quale emersero alcune perplessità circa la linea di apertura all’esterno. Tali perplessità potevano essere intese come critiche costruttive e non ostative ai movimenti in corso, tuttavia esse furono percepite da Arrigo come una disconferma del suo operato (diversamente da come mi sembrava, in una e-mail di diversi anni dopo Arrigo mi ribadirà che la maggior parte dei soci era allora decisamente contraria a ogni apertura del Centro e quindi pure alla sua linea quale Presidente ). Fatto sta che allo scadere del mandato biennale, mandato che veniva abitualmente riconfermato per il biennio successivo, Arrigo, in segno di protesta non volle ricandidarsi. La questione dell’ “apertura” del Centro rimarrà nel limbo ancora per qualche anno, fino all’Esecutivo Del Soldato-Filippini ( ad inizio 2000).

 

Dopo questa esperienza, e diversamente dall’ambito nazionale ove fu membro del Comitato Deontologico, Arrigo non si candidò più nell’assumere incarichi all’interno del Centro. Ciò non significa che non partecipasse con passione ai seminari del giovedì sera ove ci arricchiva con il suo sapere e il suo acume: era una presenza pressoché costante.

 

Si risposò una terza volta con Giovanna Tomada che gli è rimasta accanto fino alla morte.

 

Svolse attività didattica non solo in seno alla SPI, ma anche per alcune associazioni a orientamento psicodinamico come l’AFPP e la SIPP che ne conservano un grato ricordo.

 

L’ultimo seminario che presentò al Centro (in vero, l’unico seminario presentato dopo la sua non ricandidatura da Presidente) richiese un lavoro preparatorio di quasi due anni. Comparivano come autori dell’elaborato anche i nomi di Gregorio Hautmann e il mio, ma in realtà lo scritto fu quasi unicamente frutto della fatica di Arrigo. Presentato al Centro nel 2015 portava come titolo; Rileggere la storia della SPI: un decennio difficile (1985-1995). Estremamente documentato e oggettivo, l’elaborato rappresenta ancora oggi un’opera unica circa quegli eventi che sfociarono nel commissariamento della SPI, alla sua scissione con la relativa nascita dell’AIPsi e alla riforma istituzionale. Si tratta di eventi che, come quelli del precedente commissariamento degli anni ’60, sono stati in modo analiticamente non corretto rimossi dall’agenda storica della SPI e che quindi sarebbe opportuno disvelare e conoscere. Arrigo prima di impegnarsi nella gravosa rilettura di tutti i documenti dell’epoca ci disse di aver parlato di questo suo progetto con Simona Argentieri perché intendeva stilare (come fu fatto) una cronistoria il più possibile aderente ai fatti, anche a quelli della SPI meno nobili: attraverso l’oggettività di fatti documentati e impossibili da non condividere Arrigo si auspicava una convergenza nell’interpretazione della storia fra le due società italiane senza che ciò inficiasse la reciproca autonomia. Purtroppo, l’elaborato fu invece accusato da parte dei vertici dell’AIPsi di partigianeria con buona pace dei propositi che avevano animato le originarie intenzioni. Scripta manent e un testo così ricco e documentato sarebbe forse dovuto essere pubblicato onde essere disponibile ai nuovi soci e non perdersi nel vento. Ma Arrigo nella sua visione socratica di trasmissione del pensiero analitico la vedeva diversamente e io e Gregorio non potevamo opporci (d’altronde il testo era soprattutto opera sua). Fu così che per ben quattro anni, dal 2015 al 2019, Arrigo da solo (se non raramente accompagnato da uno di noi) intraprese a spese proprie un tour presso tutti i Centri italiani, nessuno escluso, per presentare il lavoro su quel “decennio difficile” e far conoscere oralmente quella travagliata vicenda.

 

La vita del nostro Centro continuava: dopo via Cavour, si era passati a Viale Don Minzoni, poi a Via Puccinotti, infine in Via dei Malcontenti. Fu all’uscita di questa che fu la nostra penultima sede che un giovedì sera dopo un seminario vidi Arrigo scuro in volto. Mi disse che stando a una risonanza magnetica appena eseguita il suo cervello manifestava segni di Alzheimer. Cercai di rassicuralo, ma dopo quella sera si presentò al Centro solo un paio di volte e poi cessò ogni frequentazione. Ogni tanto lo sentivo per telefono. Si era traferito a Bagno a Ripoli per essere meglio accudito dai figli. Lo rividi una sola volta: alla sepoltura di Giordano Fossi. Venne accompagnato da Giovanna Tomada, sua moglie. Fisicamente stava bene, ma non mi riconobbe come non riconobbe altri soci, mi chiese chi ero, quando c’eravamo conosciuti, eccetera. Fui pertanto sconcertato quando volle prendere la parola per salutare l’amico defunto. Viceversa fece un’orazione davvero encomiabile, commovente, ricca di dettagli e di ricordi. In quella circostanza triste provai un senso di felicità e di sollievo. Ci sentimmo ancora qualche volta al telefono, non mi riconosceva ma era sempre contento per la telefonata e si tratteneva in lunghi racconti. Poi, a un certo punto, il telefono restò muto. Ho saputo che le sue condizioni erano peggiorate e che era stato necessario il ricovero in una RSA. Stando al racconto dei familiari, il personale dell’RSA lo ha accudito con estremo amore fino alla fine e lui ricambiava con sorrisi gentili.

 

A t’ salüt, Arrigo. A t’ain vlú ben tót

(Ti saluto, Arrigo. Ti abbiamo voluto tutti bene)

 

Firenze, 20 agosto 2025

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