Psicoanalista, saggista, scrittore, fondatore e direttore di rivista, curatore editoriale, Jean-Bertrand Pontalis, figura intellettuale di vasto respiro, ha lasciato un’eredità feconda nella cultura psicoanalitica. Noto per l’intelligenza acuta, la sensibilità clinica e la capacità di muoversi liberamente tra teoria e pratica, Pontalis è stato un pensatore originale che ha saputo integrare il rigore concettuale con una raffinata sensibilità letteraria e filosofica. La sua influenza è stata capillare, rappresentando una figura di riferimento per generazioni di psicoanalisti.
Il libro di Chiara Matteini, Jean-Bertrand Pontalis. La stagione della psicoanalisi, edito da Feltrinelli (2025) per la collana Eredi, esplora i temi centrali dell’Autore e ne evidenzia la profonda e duratura risonanza nella psicoanalisi contemporanea.
Si coglie, fin dalle prime pagine, il grande valore di questa impresa editoriale. Chiara Matteini rinnova il pensiero di Pontalis offrendo al lettore una prosa che assume in sé quell’essenza di libertà che sempre ha animato le riflessioni dell’Autore. Il suo pensiero, lungi dal fornirci una mappa con regioni predefinite, ci offre piuttosto una bussola: “uno strumento apparentemente leggero, trasportabile, che orienta più che definire, nell’incertezza di una traversata sospesa tra rotta e naufragio” (p.12).
La traversata proposta da Chiara Matteini in questo volume si rivela una guida preziosa ai contributi più significativi di Jean-Bertrand Pontalis. Tra questi, emergono le riflessioni sul linguaggio e la scrittura in psicoanalisi, la temporalità psichica, l’infantile, il transfert e il sogno. Il saggio coniuga abilmente la ripresa puntuale dei concetti teorici, esplorati nei vari capitoli, con gli interrogativi e le sfide della clinica contemporanea, nel tentativo di comprendere quelle forme di malessere in cui il vuoto o l’eccesso di presenza dell’oggetto saturano il campo analitico.
Ma veniamo al tema del linguaggio e della scrittura che per Pontalis sono inestricabilmente connessi alla natura stessa della psicoanalisi. Come evidenzia Matteini, nel caso di Pontalis “il rapporto con lo scrivere e con la letteratura non è accessorio, è piuttosto all’origine, anche del suo essere psicoanalista […]. Scrivere di un’analisi, scrivere la psicoanalisi, è contemporaneamente necessario e costitutivo del movimento generato dall’analisi stessa” (pp. 24-25).
Nel corso della sua produzione scritta, letteraria e psicoanalitica, Pontalis ha elaborato immagini pregnanti che fanno ormai parte del lessico psicoanalitico. Tra queste Matteini riprende il limbo, la quinta stagione e la già citata traversata, parole/immagini tese ad intercettare il funzionamento inconscio della mente. Non si può dunque che rimanere affascinati dalla capacità di Pontalis di risultare al contempo nitido e impalpabile, qualità apparentemente inconciliabili della prosa poetica che nei suoi scritti appaiono felicemente congiungersi. Una dote rara che il lettore ritroverà anche nella penna di Chiara Matteini, letterata oltre che psicoanalista, il cui saggio raccoglie pienamente l’eredità stilistica di Pontalis, testimoniando una profonda risonanza di pensiero.
D’altronde, lo stile di Pontalis non può essere pienamente compreso senza riferimento a ciò che ha animato la sua ricerca fin dagli albori della professione di psicoanalista, quando con Jean Laplanche lavorò all’opera monumentale del Vocabulaire de la psychanalyse, uno dei suoi contributi più influenti e universalmente riconosciuti. L’intento originario di quest’opera era far lavorare il pensiero di Freud, contestualizzando i concetti, tracciandone le origini e le principali tappe della loro evoluzione ma il Vocabulaire è stato anche molto di più, rappresentando un vero e proprio laboratorio intellettuale che ha plasmato il pensiero di Pontalis. Matteini sottolinea come sia stato proprio a partire da questa immersione filologica e concettuale nel corpus freudiano che Pontalis abbia potuto rivolgere la sua attenzione a ciò che considerava il nucleo fondamentale dell’esperienza analitica ovvero il tentativo di connettere il linguaggio con l’indicibile. Il linguaggio e i suoi tradimenti, la circolarità infinita e impossibile tra l’inconscio indicibile e le parole per tentare di rappresentarlo costituiranno per Pontalis uno dei cardini della sua ricerca teorica e clinica.
È stato proprio lavorando al Vocabulaire che l’Autore ha sviluppato il concetto di après coup, a partire dalla formulazione freudiana di Nachträglichkeit poi tradotta in francese da Lacan. Matteini mette in luce come Pontalis abbia saputo elevare questo concetto alla sua piena importanza metapsicologica e clinica, facendone il fulcro di una concezione della temporalità psichica secondo cui passato, presente e futuro si intersecano e si influenzano reciprocamente attraverso le tracce, le connessioni e l’azione trasformativa dell’après-coup. La psicoanalisi, in questa visione, diventa il luogo privilegiato per esplorare e riaprire una temporalità complessa che permette al soggetto di dare nuove possibilità alla propria storia. È in questo contesto che Matteini riprende la felice espressione di Pontalis, mutuata da Pascal Quignard, della psicoanalisi come quinta stagione in quanto si colloca al di fuori dal tempo cronologico, piuttosto lo riapre grazie all’infantile, in una continua collisione di tempi che si intrecciano e si rilanciano: “La temporalità, il suo anacronismo costitutivo, la collisione costante fra tempi, scene, luoghi, è il fondamento di ogni vita, prima che di ogni analisi” (p.51).
Questa concezione della temporalità psichica inaugura scenari significativi anche per le sofferenze extra-nevrotiche dove la ripetizione domina. Come evidenzia Matteini, l’analisi offre qui la possibilità di interrompere il circuito della ripetizione creando per la prima volta una storia. La ripetizione diviene così un’occasione di rinnovamento: “Ripetere, questa è una grande lezione di Pontalis, è ricominciare” (p.65). In quest’ottica, il saggio di Chiara Matteini delinea il contributo fondamentale di Pontalis nell’estendere la riflessione sul disagio psichico oltre le nevrosi classiche, ampliando il campo d’azione della psicoanalisi e la concezione del setting analitico come strumento per intercettare il fuori tempo.
Si colloca in quest’ambito anche lo scritto fondamentale No, due volte no in cui Pontalis si interroga sul concetto di reazione terapeutica negativa a partire dall’uso difensivo che l’analista può farne rispetto ai fallimenti del lavoro clinico. Matteini nel suo saggio ne riflette appieno la ricchezza, evidenziando come ogni analisi, per essere autentica, debba presentare elementi di sorpresa, procedere senza istruzioni per l’uso e dunque in parte suscitare resistenze legate alla singolarità di ogni soggetto. Vi sono, tuttavia, vicende cliniche che spingono l’analista al limite della propria capacità. Si tratta di situazioni in cui, all’origine della vita psichica, si è realizzato un incesto di apparati psichici che ha reso la figura primaria l’unico oggetto dominante la scena. È in questo contesto, afferma Matteini, che per alcuni pazienti esistere equivale a reagire a un rifiuto originario che continua a risuonare. “Una, cento, mille volte no allora, nella disperata impresa di affermare una possibilità di sopravvivenza alla colonizzazione psichica, e allo stesso tempo nel tentativo paradossale di conservare immutabile l’oggetto originario, di non perdere la lotta e di non perderlo” (p.104). In questo senso, la reazione terapeutica negativa rappresenta un disperato tentativo di costituire finalmente un’esistenza psichica autonoma.
Un’ulteriore, commovente, espressione di questa battaglia contro l’indicibile e le perdite più profonde emerge nelle riflessioni che Matteini dedica all’analisi che legò tra il 1971 e il 1975 Georges Perec a Pontalis. L’incontro con lo scrittore francese ebbe un impatto duraturo sull’Autore, che riprese più volte questa esperienza in diverse fasi del suo lavoro. Ne emerse una profonda revisione del concetto di memoria, non più intesa come un’entità unica ma come un “corpo di memorie, […] una funzione singolare per ciascuno, nella quale elementi di realtà fanno da perno a un intero sistema che si scrive e si riscrive” (p.120). In particolare, l’assenza di memoria che caratterizzava l’infanzia di Perec, a causa della perdita precoce e drammatica dei genitori, trovò nell’analisi con Pontalis l’opportunità di dare forma e luogo a un lutto impossibile. Matteini descrive questo lavoro analitico come un processo di costruzione della nostalgia per rendere possibile immaginare che qualcosa esista ancora, anche dopo la distruzione. La nostalgia, in questa lettura, si rivela un paradosso, piega il tempo, cerca un ritorno a ciò che è stato ma al contempo tende a un altro possibile inizio. La doppia direzionalità della nostalgia, rivolta al passato eppure aperta a un incontro futuro, svela la complessità e la vitalità della processualità psichica.
Da qui Pontalis svilupperà importanti riflessioni sull’intersezione tra inconscio, memoria e creazione. Come non citare, a proposito, i suoi contributi sul sogno a cui è dedicato l’ultimo capitolo del saggio. Matteini traccia abilmente il percorso concettuale di Pontalis che, a partire dalla teorizzazione freudiana del lavoro onirico, si spinge oltre indagando l’attrazione e la fascinazione intrinseche al sogno, il registro del visivo in cui esso si inscrive, e la relazione tra l’oggetto-sogno e la sua funzione.
Nella lettura di Matteini, la chiave per comprendere la visione pontalisiana del sogno risiede nell’elemento dell’estraneità e del perturbante. Questo aspetto è ciò che distingue le vere produzioni inconsce, quelle che toccano “il punto, sul vivo o sul morto”, dalle semplici riproduzioni che, pur mimando l’inconscio, ne limitano la portata (p.135). Il sogno è quindi, per Pontalis, un pensiero sognante che si manifesta nella sua estraneità, richiedendo all’analista la capacità di risuonare con l’ignoto. È qui che sogno e transfert si intrecciano, animando la vita psichica: “[…] solo l’ignoto che compare nel transfert, la forza di attrazione singolare che orienta il lavoro psichico di quel soggetto, può rendere conto di alcuni aspetti della sua produzione onirica” (p.141).
È proprio questa irruzione dell’ignoto in ogni processo analitico a rendere l’edificio teorico della psicoanalisi intrinsecamente incompiuto. Di questa necessaria incompiutezza, Pontalis ha fatto il punto di forza del suo pensiero.
In piena risonanza e eredità di pensiero, il saggio di Matteini tratteggia un ritratto di Jean-Bertrand Pontalis dai confini volutamente incerti. Ci mostra la figura di un pensatore originale e di un clinico attento alle sfumature della sofferenza psichica, capace di spaziare tra ambiti diversi del sapere e di mettere costantemente in discussione le certezze consolidate della psicoanalisi.
Non si può che essere grati all’opera di Chiara Matteini, per la possibilità che il suo libro offre di riscoprire quel Pontalis che pensavamo di conoscere già ma soprattutto di sollecitarci a cercarlo ancora. Un invito che va oltre le sue pagine, spingendoci a esplorare quelle aree di frontiera che il suo pensiero abita, sia dentro noi stessi che nell’incontro con l’altro.
Buona lettura.
